Sono un inganno il titolo "Hard Stories" e la copertina, una qualche forma di sovrapposizione di volti di zeppelliniana memoria su una spirale psichedelica. Uno si aspetta di ascoltare nel nuovo album dei milanesi Giöbia decibel di hard rock all'italiana o di stoner forse un po' maccheronico, dimenticando magari la loro storia che parte da lidi indie. Ci credi ancora perfino nei primi secondi del brano number one, la titletrack "Hard stories" dove un giro di basso un pizzico slabbrato, anche se a dir la verità in precoce odor di garage rock (ascoltate "Blues'Theme" dei Davie Allan & The Arrows per scorgere un ammiccante indicazione), ti fa sperare in un assalto all'arma bianca.
Ed invece l'entrata in terza battuta di una chitarra acidina e l'aggiunta successiva della farfisa che martella come un meccanismo automatico rotto sgonfia ogni attesa: ahi ahi mai fermarsi all'apparenza! Sfatati così i bollori di un'illusione colpevolissima mi preparo a rientrare nei ranghi e a immergermi in un'esperienza musicale diversa da quella che mi ero attesa.
Così riporto indietro la traccia e ricomincio l'ascolto. Ora "Hard Stories" suona nelle corde di un surf ipnotico che proclama il manifesto dei Giöbia, sposare cioè in poco più di 30 minuti (tale la durata complessiva dell'intero album) il garage di rimembranze nuggettiane e la psichedelia di nozione prettamente barrettiana, "colpevole" questa dell'ingentilimento del prodotto che perde aggressività e distorsione a favore di un sali e scendi vorticoso di farfisa, chitarra, bouzouki e sitar. Il singolo urlo sguaiato, che ad un certo punto squarcia il brano, è un residuo bellico che non è il caso di maneggiare con attenzione: non esploderà mai!
In "Old Jim", il brano successivo, siamo in pieno garage e per certificarlo spunta un segmento gradasso di "Tobacco Road" dei Blues Magoos. "Jaws" che conferma l'andazzo garage, è una rivelazione perché finalmente realizzo che la voce di Stefano Basurto mi ricorda quella di Damon Albarn.
"My soundtrack for life" è il brano dal tocco più personale, una ballata infantile in pappa psichedelica che chiama finalmente ogni strumento a dire la sua puntellando i momenti e i passaggi più significativi.
"Electric Light" che rappresenta l'omaggio ai Pink Floyd annunciato a sprazzi nei brani precedenti e ora finalmente esplicitato, è in realtà un composto chimico che annovera i The Third Bardo ("I'm Five Years Ahead Of My Jim"): è la voce nasale e lamentosa (che più english non si può) di Basurto a spingerci in un primo momento a credere che l'unico elemento del composto siano i soli Pink Floyd. Il pezzo scorre via per quasi sei minuti e a parte lo scorrere... non accade altro...
"Underground" ci fa cavalcare nuovamente le onde di un surf felice e senza pericolosi cambi di rotta, a suo modo ottuso come l'interlocutorio "Momentum" che ahimè ribadisce un matrimonio combinato che forse non conoscerà mai le gioie della carne.
Arriviamo così all'unica cover "Are You Lovin' Me More (But Enjoy It Less)" degli Electric Prunes: è il brano che mette in ordine le idee sulla proposta dei Giöbia, e implacabile ne svela la velleità. Intanto l'interpretazione risulta invecchiata rispetto al pezzo originale degli Electric Prunes datato 1967, a sua volta più moderno, tosto, spaziale. Inoltre si ha la netta sensazione di non ascoltare più i Giöbia che fino ad un attimo prima provavano a far funzionare la baracca, ma gli Zutons che suonano gli Electric Prunes! Ed è come se cadesse il velo di Maya e capisci che hai ascoltato tentativi vuoti di far riuscire qualcosa che... ha già funzionato nelle mani e nelle idee di altri! Il connubio garage-psichedelia tentato dai Giöbia si è rivelato stantio e noioso, il sentito del già sentito, la proposta della proposta fatta da tempo con esiti originali da qualcun altro, dai summenzionati Zutons ai più famosi Kula Shaker, dai cari Blur ai lisergici Kasabian.
"Hard Stories" quindi, giocato sull'innegabile maestria dei Nostri nel dare unità a tutti gli elementi sparsi ovunque nel garage (come non pensare anche ai The E-Types, ai We The People, ai The Lollipop Shoppe o ai The Standells?) è purtroppo un album passatista, piatto, uguale a se stesso di brano in brano, molto tecnico e per questo incapace di trasmettere passione. Per la serie la montagna ha partorito il topolino.