Erbie
Hancox... Queste due parole troneggiavano sul mio
biglietto di ingresso al concerto... Ma come si
fa? Razza di ignoranti... Va beh, superato lo sgomento,
eccomi a parlarvi del grande Hancock, tornato al
classico jazz acustico dopo le passate sbornie elettro
- funk. Si presenta sul palco con un completo violetto,
presenza ancora invidiabile e, dopo qualche piccolo
sketch, inizia a suonare. La mia attenzione, complice
una posizione che mi permetteva di vedere Hancock
solo sporgendomi leggermente, è stata da
subito rapita dalla straordinaria batterista Terri
Lyne Carrington, davvero portentosa. Bravissimo
anche il bassista Scott Colley, in grado di dialogare
alla grande con la Carrington. Il concerto appare
da subito frizzate, con un'alternanza di vecchi
standars e composizioni riguardanti la stessa carriera
di Hancock (che, in fondo, sono standars pure loro!).
Inevitabile pescare dagli anni '60 e dallo storico
quintetto di Miles Davis di cui Hancock era parte
integrante: l'esecuzione di "Footprints"
(un brano di Wayne Shorter presente sullo storico
"Miles Smiles") è molto efficace.
"One Finger Snap" (brano che apriva il
celebre album di Hancock "Empyrean Isles")
elettrizza, verso la fine del concerto, tutto il
teatro. E' li che ho iniziato a pensare: "Mi
gioco un occhio che il bis non può che essere
"Cantaluope Island"!". E puntalmente
è stato così: partono le prime note
e... ecco il boato! Forse era scontato, ma va bene
così... Non rimarreste a bocca asciutta se
Bob Dylan non suonasse "Blowin' in the Wind?
A proposito di "Cantaluope Island", non
preoccupatevi se il titolo non vi dice nulla: se
ve la facessero sentire, direste: "Ah, allora
è quella!". Per concludere, Hancock
si è confermato un grande, come artista e
come pianista. La sua scelta (relativamente recente)
di tornare al jazz acustico dopo le pseudo - vaccate
tipo "Rock-it" non può che essere
accolta con grande gioia.Gran bel concerto.