Terzo
ed ultimo capitolo della rassegna "Freequenze", breve ed intenso
viaggio nella musica "altra". E proprio di musica "altra"
si tratta nel caso di Peter Hammill, artista di frontiera,
esploratore solitario nelle terre desolate della ricerca musicale.
Il teatro Bibiena di Mantova ospita per la seconda volta in
questa rassegna un concerto in cui prevalgono gli strumenti
acustici, liberi di sprigionare ogni sfumatura sonora ed emozionale,
esaltata dall'eccezionale acustica di questo teatro.
Volendo servirci di spiacevoli etichette stilistiche, possiamo
dire che, a conti fatti, con Steve Howe e John Wetton eravamo
rimasti nelle pacifiche e rassicuranti contrade del rock progressivo.
Ma già dai primi minuti del concerto, ci accorgiamo
che con Hammill è tutta un'altra cosa o, perlomeno,
qualcosa che va oltre. L'artista londinese esordisce con "Easy
to slip away", tratta dal suo ormai remoto secondo album solista,
e qui c'è già tutto: un pianoforte strusciato
su delicati arpeggi e percosso con accordi deflagranti, il
violino di Stuart Gordon, in bilico tra suoni acustici e svisate
elettriche, e soprattutto la miracolosa voce di Peter Hammill.
Nel suo modo di cantare si avverte tutta la sapienza, l’esperienza
e forse anche quel certo autocompiacimento dell’artista che
ha attraversato trent’anni di carriera, e che sa esattamente
quali corde far vibrare. Questa straordinaria voce viene impiegata
per raccontare storie che sfiorano delicatamente la poeticità,
storie di amori finiti o impossibili, di uomini disperati,
di sogni sopravvissuti, piccoli drammi musicali cantati/recitati
in cui si alternano strani personaggi.
A metà serata il nostro imbraccia la chitarra acustica
e passa in rassegna nuove e vecchie canzoni, sempre accompagnato
dal multicolore violino di Gordon: da "Like Veronica", tratto
dal suo ultimo lavoro, "None of the Above", a "Shingle", "Time
for a Change", o "Come Clean". Hammill si sente decisamente
a proprio agio, circondato da un pubblico affezionatissimo
e deliziato dai brevi interventi dell’artista inglese in un
italiano perfetto.
Quando Hammill torna al pianoforte è ormai tempo dei
saluti. Il bis viene accolto da un boato non appena risuonano
le prime note di "Refugees", splendida ballata dei Van Der
Graaf Generator. A seguire "Patient", in cui si ritorna ad
imbracciare la chitarra; in quest’ultimo brano Hammill, ben
consapevole di essere in presenza di un pubblico adorante,
si diverte a giocare con l’acustica del teatro, alternando
versi cantati al microfono e altri cantati "unplugged".
Attraverso la voce di Peter Hammill abbiamo sentito passare
la storia del rock: David Bowie, Peter Gabriel, Nick Cave,
forse anche il Roger Waters di "The Wall", devono molto a
questo artista, che in questo concerto ha dimostrato di essere
ancora "in crescendo", oltre che estremamente generoso dal
vivo.
17
ottobre 2000
I
commenti
19
agosto 2002
Concordo
pienamente con la recensione sul bel concereto
di Peter e concordo soprattutto sull'importanza
di questo artista, eminenza grigia di tanti
musicisti e tanti stili musicali, ma solo
una domanda: Perché nei concerti di
Peter Hammill ci sono sempre dei server e
degli impianti acustici scandalosi, che anziché
arricchire, massacrano il sound di questo
grande artista e della sua grande musica?
Alessandro Pierini Follonica Toscana
franz
20 aprile 2002
non
ho assistito al concerto ma conosco Hammill
che è un
grandissimo artista, un vero poeta del rock.
massimo 4 aprile 2001
forlì
Hammill è un grande. un artista senza
precedenti