L’incubo che ha perseguitato gli Hogwash
fino a oggi è stato quello di un paragone
costante con I fratellini maggiori Verdena, e
certo non li ha aiutati ad emergere per la loro
oggettiva bravura nello scrivere canzoni eleganti,
energiche, sorridenti.
A ben vedere, però, un legame sottilissimo
coi fratelli Ferrari rimane: i Verdena fecero
una cover di “Harvest” di Neil
Young come b-side di un vecchio singolo, ma
poi proseguirono verso i loro lidi di crudezza
romantica; gli Hogwash, invece, sembrano ripartire
proprio da Neil Young, o da tutti quelli che sanno
unire la tradizione rock americana con le melodie
storte di scuola lo-fi (qualcuno ha detto Silver
Jews?).
Eppure, anche stavolta gli Hogwash si mostrano
tanto bravi da non essere semplici amanuensi di
un suono già costruito altrove: vuoi per
una batteria che proprio non ne vuole sapere di
adagiarsi su ritmi regolari, vuoi per un gusto
pastorale che emerge dall’uso dei flauti
e del mellotron (una “Red heart shaped petal”
degna dei Mercury Rev), vuoi per gli scatti in
avanti di chitarre che ricordano ancora come ruggire
(con eleganza in “My dear December”,
più scapestrate in “Fools do pay”),
la band bergamasca confeziona un disco davvero
delizioso.
E gli sguardi non si limitano solo oltreoceano:
le malinconie scozzesi di “Goodbye letters”,
o quella meraviglia chiamata “Holes in my
maps” (la canzone che i Gomez non sanno
scrivere più), o ancora i cori hippie che
chiudono l’album guardano all’Inghilterra
meno trendy, quella con un retrogusto degli anni
’70 più bucolici.
Niente male davvero, queste mezze falsità…
collegamenti su MusiKàl!
Hogwash - Intervista
(9-3-2004)
Hogwash - AtomBombProofHeart
Verdena - Il
suicidio del samurai
Neil Young - le
recensioni
Silver Jews - Tanglewood
Numbers
Silver Jews - Brigth
Flight
Mercury Rev - The
Secret Migration
Mercury Rev - All
Is Dream
Mercury Rev - Deseter's
Songs
Gomez - In Our Gun
Gomez - Abandoned
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