Eugene Hutz è un nome che dice poco alla
massa, eppure sarebbe forse il caso di appuntarselo
su un taccuino, perché ha tutte le carte
in regola per costruire intorno a sé un
piccolo culto. È ovviamente un cantante
e musicista, prima di ogni altra cosa, altrimenti
non staremmo certo a parlarne qui; ed è
un ucraino che si diletta a vivere nella Grande
Mela dell’impero d’occidente, il che
è fondamentale per comprendere ciò
di cui parleremo in seguito. Ma in una guisa più
recente è anche un attore, e a dirla tutta
un attore niente male almeno a giudicare da quel
“Ogni cosa è illuminata” diretto
da Liev Schreiber e che prima ha acquistato punti
all’applausometro di Venezia e poi ha racimolato
meritate briciole di gloria ai nostri botteghini.
Insomma, avrete capito anche da soli che non
ci troviamo di fronte al ‘solito’
personaggio della musica contemporanea, e i suoi
Gogol Bordello riflettono in pieno questo stato
delle cose. “Gypsy Punks” è
il loro terzo album, e se “Multi Kontra
Culti Vs. Irony” e “East Infection”
(per non parlare del lavoro a quattro mani in
compagnia di Tamir Muscat) non hanno trovato sbocco
nel mercato italiano è un disguido da attribuire
esclusivamente al caso: in realtà i Gogol
Bordello hanno apparentemente la possibilità
di crearsi una breccia nei cuori italici con una
certa facilità.
E non certo per merito del ritornello di “Santa
Marinella”, nel quale esplodono in una bestemmia
in perfetto idioma nostrano, ma per altre qualità
intrinseche che ne fanno idealmente il collante
tra la follia est-europea e lo stress paranoico
dell’occidente più globalizzato che
si può – matrimonio questo sintetizzato
con grazia e intelligenza già nel nome
del combo. Ad ascoltare le quindici tracce che
compongono quest’ultimo lavoro vengono in
mente matrimoni a dir poco mostruosi, Nick
Cave ubriachi che cercano donne da concupire
nella fanghiglia autunnale dei campi Rom, Goran
Bregovic distorti che anticipano con i loro sgangherati
canti la fine della Siesta, orchestrine in fuga
dal crollo dell’Unione Sovietica che si
ritrovano affamate a chiedere l’elemosina
sotto la metro di New York o di Parigi improvvisando
paradossali cover di Tom
Waits e Shane MacGowan.
E già, perché dentro la musica
dei Gogol Bordello risiede un po’ di tutto.
Da bravi figli della bomba fuggiti in occidente
– perché è stata Cernobyl
con i suoi gas mortiferi a determinare il destino
di Hutz – questi musicisti pazzoidi hanno
compreso meglio di altri il senso della società
occidentale e delle sue metropoli: non più
un arroccamento sulle linee di difesa nella speranza
di preservare chissà quale purezza della
razza, ma un’indispensabile spinta verso
il meticcio, l’ibrido. La mescolanza di
generi e istanze non è più solo
una prerogativa dell’arte, ma si è
fatta esigenza di vita. Vedere questa mescolanza
messa in scena con tanta ironia, sagacia e sfrontatezza
non può che sublimarla ulteriormente. Certo,
si possono tirare fuori tutti i nomi che si vogliono,
e i Mano Negra sono probabilmente il riferimento
più diretto e immediato, ma rispetto all’esperienza
di Manu Chao
e compagnia franco-sudamericana i Gogol Bordello
non propongono il mondo occidentale riletto in
chiave etnica né tratteggiano il “loro”
mondo in pose capitalistiche.
Molto più semplicemente (si fa per dire)
Eugene Hutz prende i detriti di tutti i mondi
che attraversa – e da qui il cantato in
inglese, ucraino, italiano, spagnolo e chi più
ne ha più ne metta – e centrifugandoli
arriva a capire che le differenze non sono poi
così tante. E, nell’approdare a questa
conclusione profonda e inappuntabile, ci fa saltellare
allegramente per la stanza per poco più
di un’ora. Osereste pretendere di più?
collegamenti su MusiKàl!
Nick Cave - le
recensioni
Tom Waits - le
recensioni
Manu Chao - le
recensioni
Goran Bregovic - Tales
& Songs from Weddings & Funerals