Dice il saggio che il mondo finirà nel
giorno in cui Beck
scriverà una brutta canzone. Signore e
signori, stringetevi forte perché quel
giorno è arrivato. Sembrava impossibile
visto tutto quello che è successo in questa
decina di anni passati assieme al nostro amico
loser, ma purtroppo ogni speranza è persa
e le chiacchiere stanno a zero.
La fine del mondo ha il sapore amaro dell’assurdo
e raffazzonato rap tex-mex di "Qué
onda guero". Ma il brano in questione non
è di quelle canzoni brutte se paragonate
al resto del repertorio di Beck, no, è
brutta e basta. E dispiace, molto. Sì perché
anche se il singolo "E-Pro" non fa altro
che riciclare quanto di buono fatto dal Nostro
in questi anni, è indubbiamente un buon
opener e una canzone divertente. E se i pezzi
avessero tutti seguito questa linea di pensiero
con una qualità comunque accettabile, avremmo
potuto anche salutare “Guero” come
un disco minore di Beck con, in ogni caso, delle
belle canzoni e una sua consapevole raison
d’etre.
Purtroppo non è così. Perché
fatta eccezione per alcuni episodi – tra
cui spiccano la bonus track "Send a message
to her" (il cui riff ricorda "Devil’s
haircut" su “Odelay”), "Go
it alone", che vede anche un cammeo di Jack
White e il dub-blues di "Black Tambourine"
– il resto dell’opera si staglia su
livelli non dico imbarazzanti, ma tremendamente
“normali”. È sicuramente un
Beck minore, ma sembra quasi uscito da un centro
di riciclaggio dove hanno buttato dentro i momenti
meno ispirati di “Odelay”, “Mellow
Gold” e “Mutations”. Nulla di
nuovo sotto il sole della California, quindi.
Ovvio che non si possa sempre pretendere che ci
stupisca con la sua musica, ma se con “Sea
Change” ci aveva aperto le porte del
suo cuore per scrivere canzoni folk di assoluta
bellezza e in “Midnite
Vultures” almeno ci si divertiva parecchio,
qui si accavallano momenti di stanca e altri di
pura noia. Un ritorno alle origini che non ha
portato nulla di buono quindi, perché probabilmente
è anche vero che abbiamo imparato ad aspettarci
sempre tanto da un artista del calibro di Beck
Hansen, ma è anche vero che se l’insopportabile
e narcolettica bossanova di "Missing"
spinge a schiacciare il tasto F-FWD, vuol dire
che c’è qualcosa che non va e che
tutto sommato questo disco rappresenta un’enorme
occasione sprecata oltre al primo, vero, passo
falso di quello che è stato – e che
continua ad essere - uno dei massimi talenti musicali
degli ultimi quindici anni.
È arrivata quindi la fine del mondo. Ed
ha il sapore agrodolce dei vecchietti campionati
che ti dicono sconsolati: “Qué onda
guero!”. Le regole del sesso sono state
definite e l’età dell’oro non
ha fatto in tempo ad incominciare e se è
vero che questo disco oltre ad essere un po’
noioso e un po’ sciatto, è anche
un po’ scontato e banale, forse vuol dire
che sono un perdente, quindi perché non
mi uccidi?
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