Ho avuto quasi un giorno oramai per assimilare
appieno il concerto di ieri sera e cercare di
elaborare un concetto, di edificare una chiave
di lettura plausibile con la quale leggere l'evento.
Quasi certo di non esserci assolutamente riuscito
intraprendo l'avventura. Arriviamo con fretta
pacata all'ingresso del locale alle 22, orario
di inizio del concerto; all'interno non c'è
praticamente nessuno. Un vago senso di malore
mi assale, e mentre vedo Michael Vermilion e J.
Hough sul palco intenti a mettere i cd prima del
concerto ho la visione di un concerto a sala completamente
vuota (e mentre l'angoscia si impadronisce di
me mi arrovello sull'identità del parrucchiere
privato della band, caschetti beat improponibili).
Dopo un'oretta attacca il gruppo spalla, quattro
ragazzi romani (due chitarre, basso, batteria)
impegnati in un post-punk abbastanza poco originale
e ripetitivo, con inutili intermezzi di moog -
usato tra l'altro come semplice tastiera. I quattro
sfornano una sola canzone carina, con il moog
finalmente usato "da moog" e un ritornello
con influenze pop non disprezzabili. Nonostante
il loro impegno, il loro divertimento, e un gruppetto
di fans scatenate, i quattro non lasciano impronta
alcuna. In realtà la loro performance sarà
il fulcro dell'intera serata, ma io questo ancora
lo ignoro.
A mezzanotte meno venti, con quasi due ore di
ritardo, salgono sul palco i Gogogo Airheart,
band di San Diego che ama mescolare post-punk,
pop e new wave. Fin dall'inizio il concerto non
mi soddisfa molto, rispetto ai lavori in studio
si denota una certa imprecisione nel suono, manca
palesemente la seconda chitarra - usata solo in
un paio di episodi -, mancano gli intermezzi elettronici
che rendono affascinante il loro progetto musicale,
mancano del tutto le percussioni.
Comunque la verve di Michael Vermilion, cantante
dall'atteggiamento cabarettistico, è indiscutibile
e molto divertente. In un clima così austero
e poveristico rispetto alle loro sortite in studio
prevale logicamente la componente new wave, e
in più di un'occasione ho l'impressione
di trovarmi al Danceteria di New York nei primi
anni '80.
Tutto abbastanza divertente, fino a che
ma procediamo con ordine: dopo tre o quattro pezzi
un uomo, che visibilmente da tempo non aveva rapporti
intimi con il proprio cervello, si rivolge in
inglese alla band e gli dice che era molto meglio
il gruppo di supporto. La reazione del gruppo
è sorprendente: se J. Hough (batteria)
non batte assolutamente ciglio, forse neanche
comprendendo appieno la situazione e Benjamin
White (chitarra) ha lo sguardo depresso, Vermilion
e Vyas (basso) si sentono colpiti nel vivo.
Con un gesto molto teatrale Vermilion poggia
l'asta con il microfono davanti all'antagonista
sfidandolo a far meglio di lui. Quando il poveretto
glielo ridà indietro, Vermilion gli ricorda
che la musica non è competizione. Vyas
è completamente invasato, non ragiona più:
per tutto il pezzo seguente fissa il malcapitato
senza sbattere mai le ciglia (non oso immaginare
il dolore per questa inutile autoflagellazione),
cerca ripetutamente di avvicinarsi al bordo del
palco e più volte gli si stacca il cavo
dall'amplificatore, e finisce il tutto minacciando
il "punk-rockers" con il cavo usato
a mo di lazo.
Uno spettacolo indecente (è vero che l'uscita
dell'insultante era da idioti, ma andargli dietro
per tutto questo tempo non è altrettanto
da idioti?). Bisogna dire che dopo il teatrino
dei bulli il concerto ha raggiunto il suo apice
musicale per poi interrompersi definitivamente
dopo soli cinquanta minuti.
Un solo bis e poi l'arrivederci (addio?) al pubblico
romano, con White che ringrazia i paganti (alla
fin fine un centocinquanta persone) ma che chiude
il discorso con un deprimente "non suoneremo
per sempre". Un concerto ingiudicabile a
livello musicale, ma che lascia seri dubbi sulla
serietà della band statunitense.
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Gogogo Airheart - Exitheuxa