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GOGOGO AIRHEART
Concerto a La Palma (Roma) (13 ottobre 2002)
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di Raffaele Meale scrivi un'email

Ho avuto quasi un giorno oramai per assimilare appieno il concerto di ieri sera e cercare di elaborare un concetto, di edificare una chiave di lettura plausibile con la quale leggere l'evento.

Quasi certo di non esserci assolutamente riuscito intraprendo l'avventura. Arriviamo con fretta pacata all'ingresso del locale alle 22, orario di inizio del concerto; all'interno non c'è praticamente nessuno. Un vago senso di malore mi assale, e mentre vedo Michael Vermilion e J. Hough sul palco intenti a mettere i cd prima del concerto ho la visione di un concerto a sala completamente vuota (e mentre l'angoscia si impadronisce di me mi arrovello sull'identità del parrucchiere privato della band, caschetti beat improponibili).

Dopo un'oretta attacca il gruppo spalla, quattro ragazzi romani (due chitarre, basso, batteria) impegnati in un post-punk abbastanza poco originale e ripetitivo, con inutili intermezzi di moog - usato tra l'altro come semplice tastiera. I quattro sfornano una sola canzone carina, con il moog finalmente usato "da moog" e un ritornello con influenze pop non disprezzabili. Nonostante il loro impegno, il loro divertimento, e un gruppetto di fans scatenate, i quattro non lasciano impronta alcuna. In realtà la loro performance sarà il fulcro dell'intera serata, ma io questo ancora lo ignoro.

A mezzanotte meno venti, con quasi due ore di ritardo, salgono sul palco i Gogogo Airheart, band di San Diego che ama mescolare post-punk, pop e new wave. Fin dall'inizio il concerto non mi soddisfa molto, rispetto ai lavori in studio si denota una certa imprecisione nel suono, manca palesemente la seconda chitarra - usata solo in un paio di episodi -, mancano gli intermezzi elettronici che rendono affascinante il loro progetto musicale, mancano del tutto le percussioni.

Comunque la verve di Michael Vermilion, cantante dall'atteggiamento cabarettistico, è indiscutibile e molto divertente. In un clima così austero e poveristico rispetto alle loro sortite in studio prevale logicamente la componente new wave, e in più di un'occasione ho l'impressione di trovarmi al Danceteria di New York nei primi anni '80.

Tutto abbastanza divertente, fino a che… ma procediamo con ordine: dopo tre o quattro pezzi un uomo, che visibilmente da tempo non aveva rapporti intimi con il proprio cervello, si rivolge in inglese alla band e gli dice che era molto meglio il gruppo di supporto. La reazione del gruppo è sorprendente: se J. Hough (batteria) non batte assolutamente ciglio, forse neanche comprendendo appieno la situazione e Benjamin White (chitarra) ha lo sguardo depresso, Vermilion e Vyas (basso) si sentono colpiti nel vivo.

Con un gesto molto teatrale Vermilion poggia l'asta con il microfono davanti all'antagonista sfidandolo a far meglio di lui. Quando il poveretto glielo ridà indietro, Vermilion gli ricorda che la musica non è competizione. Vyas è completamente invasato, non ragiona più: per tutto il pezzo seguente fissa il malcapitato senza sbattere mai le ciglia (non oso immaginare il dolore per questa inutile autoflagellazione), cerca ripetutamente di avvicinarsi al bordo del palco e più volte gli si stacca il cavo dall'amplificatore, e finisce il tutto minacciando il "punk-rockers" con il cavo usato a mo di lazo.

Uno spettacolo indecente (è vero che l'uscita dell'insultante era da idioti, ma andargli dietro per tutto questo tempo non è altrettanto da idioti?). Bisogna dire che dopo il teatrino dei bulli il concerto ha raggiunto il suo apice musicale per poi interrompersi definitivamente dopo soli cinquanta minuti.

Un solo bis e poi l'arrivederci (addio?) al pubblico romano, con White che ringrazia i paganti (alla fin fine un centocinquanta persone) ma che chiude il discorso con un deprimente "non suoneremo per sempre". Un concerto ingiudicabile a livello musicale, ma che lascia seri dubbi sulla serietà della band statunitense.

collegamenti su MusiKàl!
Gogogo Airheart - Exitheuxa



16 ottobre 2002




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