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GLASVEGAS - Concerto al Bronson (Ravenna) (10 maggio 2009)

di Piero Merola

Nei tempi di myspace, last.fm, facebook, dei copincolla tra webzine musicali, capita sempre più raramente di venire a conoscenza di una band per caso. Per puro caso. Perché in un gelido pomeriggio svedese si cerca riparo in un negozio di dischi e nella postazione d'ascolto degli album in top-10, tra i soliti nomi della scena nazionale, viene fuori un nome misterioso. Nome che obiettivamente non può lasciare indifferenti. Ennesima band indipendente svedese? Mai sentiti, anche se Glasvegas sembra quasi già sentito. La canzone introduttiva sembra non iniziare mai. Un lungo sorprendente tappeto di chitarre shoegaze apre la strada al pezzo. Atmosfere che piacerebbero a McGee. Lo si percepisce. Anche nell'indiscutibile presa-pop da primo ascolto. Accento inconfondibilmente scozzese. Mi sono perso qualcosa? Ritorno a casa con questo nome che rimbalza nella testa, convinto di aver scoperto un big new name dopo l'ascolto di altri brani. Tornato in Italia, in una pila di riviste, volantini e vecchi giornali sbuca fuori un numero di NME del giugno 2008. Copertina inequivocabile con foto dei quattro membri della band. “GLASVEGAS: The Best New Band in Britain”. Come dire, sfuggire alle logiche dell'indie degli anni 2000, pur volendo, è impossibile.

Tuttavia, mentre all'estero collezionano un sold-out dopo l'altro, supporting-act a nomi altisonanti (Oasis, U2, Kings Of Leon) e inviti nei festival più importanti d'Europa, qui in Italia fanno il loro esordio nella prima delle tre date della leg, al Bronson di Ravenna. Capienza di 300 persone, sold-out sfiorato nella piccola struttura che nonostante la posizione periferica non ha ormai rivali in Emilia-Romagna in quanto a qualità dei calendari.

Un'atmosfera intima da locale underground che avvicina il pubblico alla band e coglie di sorpresa i frequentatori occasionali, molti dei quali per la difesa della transenna perdono l'occasione di interagire con un James Allan già sbronzo sul derby tra Celtic e Ranger del giorno prima. Sul finale della performance del supporto, gli Heike Has The Giggles, da Solarolo nel ravennate. Saranno pure dei conoscenti oltre che i figliocci riconosciuti di Kalporz (news), ma dal vivo l'ottima nevrotica base ritmica riesce a ovviare solo in parte a una formula che avrebbe bisogno di chitarre più taglienti e melodie più vivaci per variare un tema che dopo quattro o cinque brani risulta un po' monotono. La maturità compositiva non si raggiungerà a ventanni e poco più, ed è certamente frustrante il fatto che sia statisticamente difficile che in un paese di 4000 anime dopo Laura Pausini venga fuori un altro fenomeno d'esportazione. Ma è anche vero che la pochezza qualitativa del nostro paese può aiutare a sfondare in patria. Senza il bisogno di essere ai livelli degli Arctic Monkeys. Da riascoltare con attenzione nell'album d'esordio di prossima uscita.

I veri protagonisti si fanno attendere rendendo l'atmosfera in tutti i sensi incandescente fino al giro alla Editors che apre “Geraldine”. Spazzato via dal muro di suono che accompagna i primi rintocchi della minimale batteria suonata in piedi, in stile Glasgow seconda metà anni '80. Anche se non sembrerebbe vista l'altezza di Caroline McKay.

La formula dei Glasvegas in fondo è tutta qui. Ritmiche ripetitive e incessanti, saturazione di chitarre e basso che occupano tutti gli spazi sonori disponibili e melodie di facile presa. Intense, dai tratti quasi Sixties, cantate di stomaco da un Allan che come fisionomia non può che dare l'idea di un Joe Strummer reduce da una maratona di pub dalle parti di Sauchiehall Street. Occhiali neri e canotta nera. Il nero è il colore prevalente. Non l'unico motivo per cui dal vivo più che su disco dove distorsioni e feedback sono meno aggressive, non si possa fare a meno di pensare a concittadini storici, quali i Jesus & Mary Chain. Nell'immediatezza melodica sporcata dagli arrangiamenti che comunque risultano più rassicuranti e barocchi. “It's My Own Cheating Heart That Makes Me Cry” suona quasi come un classico, mentre in “Lonesome Swam” prevale l'effetto U2-revival tanto caro agli Editors. Intensi anche nelle fasi meno ritmate quali “Polmont On My Mind” e “S.A.D. Light”.

Prevalgono tuttavia le fasi potenzialmente da grande arena, il che rende particolarmente strano il vederli muoversi negli spazi angusti del Bronson. Quando probabilmente nei prossimi anni, un po', come detto, succede già altrove, arriveranno palazzetti e spazi più ampi. Tuttavia in questa dimensione i Glasvegas fanno bene il loro lavoro e non sembrano risentire del weekend trascorso da turisti scozzesi (mare, cibo, alcol) a Marina di Ravenna. Come testimoniato nell'elogio spassionato all'Italia che include immancabilmente le ragazze italiane come ammette il frontman lanciando un confronto con le ragazze di Glasgow. Confronto che diventa impietoso quando i tre si voltano ironicamente verso l'unica rappresentante scozzese in sala, la povera batterista. Lei tuttavia non la prende male e continua a picchiare duro tra dense trame chitarristiche dei cugini Allan e il basso ai volumi-limite di Paul Donoghue.

Pubblico freddo, anche troppo per la spontaneità quasi viscerale dei Glasvegas. In fondo “Flowers & Football Tops” al di là dei suoni ha la presa melodica di un classico beat, in quel coro che curiosamente ricorda gli Equipe 84 di “Ho in mente te”.

Mentre il classico coro da arena scozzese (“here we, here we fuckin go”) è urlato con insistenza da pochi coraggiosi, nel disinteresse del resto della platea. Ciò succede quando agli indie snob che probabilmente amano i quattro scozzesi per le somiglianze a White Lies ed Editors piuttosto che per i richiami a Teenage Fanclub o ai Jesus & Mary Chain si aggiungono i trentenni abituati a X-Factor più che all'atmosfera tipica dei concerti brit. Neanche la corale “Go, Square, Go” che riprende in musica il coro, smuove troppo la situazione. Dal canto loro, Allan e soci, possono permettersi di suonare due canzoni non incluse nell'LP d'esordio, “Fuck You, It's Over” e, nel mezzo del terzetto del bis “Please Come Back Home” entrambe incluse nel mini-albumnatalizio del dicembre scorso registrato in Transilvania, “A Snowflake Fell (And It Felt Like a Kiss)”. Ma dopo un'ora e qualcosa di concerto, finalmente la platea si fa sentire. Doveva arrivare il tormentone, come al solito. Quella “Daddy's Gone” che sa troppo di qualcosa di già sentito per non lasciare il segno. Parte addirittura un karaoke, nello stupore tra il divertito e l'imbarazzato dei quattro.

In fondo questi Glasvegas che sembrano usciti dalla grigia periferia di Glasgow dei personaggi medi e sfigati delle storie dei Belle & Sebastian, per la loro umiltà e semplicità, meritano di godersi questa celebrità che presumibilmente andrà ben oltre i proverbiali quindici minuti. Travolti da un successo così inaspettato.

Geraldine
Lonesome Swan
It’s My Own Cheating Heart That Makes Me Cry

Polmon On My Mind
Fuck You, It’s Over
Flowers & Football Tops
Ice Cream Van
Go Square Go

-------
S.A.D. Light
Please Come Back Home
Daddy’s Gone



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26 maggio 2009

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