Il posto ideale per ospitare la sonorizzazione dal vivo di un film muto sarebbe
una vecchia, seppure neanche tanto, sala cinematografica che ha cambiato la
sua destinazione d’uso in locale per concerti. E’ proprio in questa
cornice, il Duel:Beat di Napoli, che si apre la terza edizione del Kaleidoscope
Festival, incentrato sull'interazione tra arti visive e linguaggi musicali
contemporanei, con una serata dedicata all’Italia, al fuoco (inteso come
passione) e alle sue soniche derivazioni.
“Il Fuoco” è un film muto del 1915 (regia di Giovanni
Pastrone, collaborazione di Gabriele d'Annunzio), appena restaurato su progetto
e idea del Museo Nazionale del Cinema di Torino che ha affidato ai Giardini
di Mirò il compito di musicare il lungometraggio (si tratta di una seconda
volta, l’anno scorso era toccato ai Marlene
Kuntz e al film "Signorina
Else").
Durante il tragitto che porta al Duel giochiamo a immedesimarci nello spettatore
medio di inizio ventesimo secolo, cerchiamo di carpirgli gli stati d’animo
suscitati dalla inspiegabile meraviglia che dava vita e movenze a personaggi
inscatolati in un grande lenzuolo bianco, incapaci di profferire verbo e la
cui voce era affidata solo a qualche didascalia e a una pianola suonata dal
vivo.
Poniamo fine al transfert ed entriamo giusto in tempo per l’insipida
esibizione di El Gohr, gruppo autoctono di indierock col chiodo fisso dei colpi
di scena; fanno un uso smisurato dei cambi di tempo con conseguente perdita
di efficacia, adottano sterili clichè quali il megafono usato un pezzo
sì e l’altro pure e in più il cantante, afono (!), canta
(?) un po’ in inglese, un po’ in francese e un altro poco ancora
in italiano. Quaranta minuti circa di noia.
Il tempo di cambiare gli strumenti e assaggiare la birra (4 euro la 0,3!!!)
e Jukka Reverberi presenta lo spettacolo richiedendo di prestare attenzione
al film piuttosto che alla band vista la particolarità dell’evento.
Innanzitutto una breve e dovuta premessa: lo show a cui abbiamo assistito
non è stata una sfida tra il film e la musica, ci mancherebbe altro,
perché i Giardini di Mirò si sono messi al servizio delle immagini
con grande dedizione lasciando a casa eventuali smanie di protagonismo.
Ci immergiamo, finalmente, in questa avventura sui temi del fuoco, del tradimento,
della musa, della seduzione, dell’abbandono e della follia: le luci si
spengono, i musicisti sono illuminati solo dal fascio di lampi del proiettore;
le loro silhouette, scaraventate direttamente sul grande schermo, diventano
parte integrante della trama in celluloide.
“La Favilla”. E’ la parte del film che narra dell’invaghimento
tra una poetessa famosa e il pittore misconosciuto Mario (interpretati rispettivamente
dai divi dell’epoca Pina Menichelli e Febo Mari) che si incontrano sulle
sponde di un fiume al tramonto. La band accompagna le immagini con gli arpeggi
di chitarra di Nuccini e i tappeti sonori della voce di Reverberi; qualche
piatto sparuto sferraglia simulando sonagli, la linea melodica del violino
introduce l’incontro ma si addolcisce troppo presto non riuscendo ad
assecondare lo svolgimento del plot col dovuto pathos; va decisamente meglio
la rappresentazione dell’esaltazione maschile della conquista e dello
spasimo dell’attesa di un primo appuntamento: alle trame delle chitarre
si aggiunge una cassa in quattro dal suono metallico.
“La Vampa”. Scoppia la passione: Mario vola verso il sogno,
come scrive alla madre con cui vive, trasferendosi con la sua amata in un maniero
isolato trasformato in nido d’amore. Il pittore è all’apice
della felicità, innamorato; il ritratto di pudico nudo ispirato dalla
sua nuova Musa è osannato dalla critica: le percussioni si fanno ossessive
e pesanti, il violino è empatia con le forme e gli atteggiamenti della
femminilità. Il suono si fa sempre più compatto e corposo, riempie
la sala in un crescendo che ci accompagna fino alla scena madre e al climax
dell’abbandono (il ritorno del marito) e della sofferenza, simboleggiati
nelle immagini da un assegno da trentamilalire e dalla frase scritta da lei “non
esiste sogno senza risveglio” e nella musica dall’esplosione delle
chitarre distorte che culminano in una session al tempo stesso rumoristica
e celestiale che ha il sapore di una catarsi invocata per liberarsi dalle pene
d’amore.
“La Cenere” Mario è solo e torna dalla madre, ricade nella
crisi creativa: la musica collassa in uno stato liquido fatto di armonici e
corde martellate, lascia spazio ai fiati quando a seguito di una lite per rivendicare
l’amore strappatogli con gratuita crudeltà dalla donna, viene
arrestato e rinchiuso in manicomio, la musica si incupisce e diventa rassegnazione
fatta di fughe di pianoforte e lacrime evocate dall’elettronica. Tutto
si è consumato, tutto è finito, le luci sono accese, la musica è spenta;
qualche secondo di silenzio introduce un sentito applauso.
I cinquanta minuti della pellicola sono passati in un batter d’occhio
in un’altalena di sentimenti poeticamente tradotti in suggestioni sonore
dai Giardini di Mirò. La serata ha regalato un’ottima prospettiva
anche al loro futuro discografico e a chi anela un ritorno alle atmosfere del
loro primo album. E’ decisamente quella la strada che dovrebbero re-intraprendere.