“Get evens” è uscito a ridosso
delle mid-term americane (quelle che hanno indicato
a Bush che il paese non era più con lui),
ma è solo una coincidenza, per quanto simbolica.
Difficile che le parole di fuoco, antagoniste
con cervello, del disco degli Evens, abbiano convinto
qualcuno a votare democratico: insomma, riuscite
a immaginarvi un ragazzino qualsiasi che compra
“Get evens” e poi vota per Bush? Io
no, assolutamente. E così, mentre la Casa
Bianca diventa un’entità sempre più
evanescente e nebulosa (proprio come sulla copertina
di questo album), il duo composto da Ian MacKaye
ed Amy Farina è diventato adulto: nonostante
sia passato un solo anno dal debutto omonimo,
gli Evens hanno fatto un salto di qualità
pazzesco.
Le canzoni si sono allungate, come se i loro
autori avessero dato loro il tempo di maturare
e di evolversi; l’urgenza del punk è
sempre lì, una vibrazione nervosa continua
sotto quell’inconfondibile chitarra baritono
e a quella batteria ossuta, ma la varietà
delle canzoni lascia sbalorditi, se si pensa a
quanto sia ridotta la strumentazione. Basta l’iniziale
“Cut from the cloth” a capire come
le cose siano cambiate: aperta da un giro di quattro
accordi, la canzone sembra quasi figlia di un
certo folk politicizzato ma quieto, fino a che
la batteria la fa impazzire; tornata quieta, è
la chitarra a scattare in avanti; le voci si rincorrono,
si inseguono, si parlano in un dialogo continuo.
Rispetto alla ruvida e monocorde bellezza del
debutto, “Get evens” è un esempio
di quanto si possa fare con così poco:
dall’impeto verbale di “Everybody
knows” ai controtempi di “No money”,
da una inaspettatamente jazzy “All you find
you keep” alle squadrature di “Eventually”
(dove Amy sfoggia una voce davvero notevole),
fino alle ruvidezze chitarristiche di “You
fell down” o al punk in sordina di “Get
even”, qui non c’è una canzone
che somigli all’altra. È vero che
un personaggio come Ian MacKaye non ha davvero
più nulla da dimostrare, ma “Get
evens” lo mostra tutt’altro che pacificato
(“sono a metà strada, ho quarantaquattro
anni, non mi volto indietro” canta nella
polemica “Dinner with the president”)
e, anche con gli Evens, continua a mostrare l’altra
faccia della medaglia di una città come
Washington: quella orgogliosa, fiera, antagonista.
E chi piange la fine dei Fugazi, e sostiene che
nulla sarà come prima, farà bene
ad ascoltare queste dieci canzoni. Si ricrederà.
collegamenti su MusiKàl!
Fugazi - Argument