È stato scritto che "Up" non
è un brutto disco, ma che risente quasi
di un eccesso di cura: troppo 'pensato', insomma.
Posto che i ritmi di creazione sono affare personale
e regno incontrastato della relatività
(e della insindacabilità), ciò che
invece colpisce di "Up" - così
come di "Ovo"
- è la persistenza, nella musica di Gabriel,
dell'elemento più melodico e 'popolare'
accompagnato a quello più sperimentale,
fusi con la solita rara perizia.
Siamo agli antipodi di un'opera di laboratorio:
perché la ricerca è sempre stata
connaturata nel musicista britannico, spontanea
come in pochi altri. E spontaneo è Up,
come spontaei erano i Genesis
del tempo che fu, grintosi e delicati, mutevoli
e multiformi come la voce del loro cantante. Tutto
questo ritroviamo ancora adesso, in un'opera che
ha il placido charme del suo autore, il lento
ma imponente scorrere di un largo fiume in pianura,
la sicurezza di chi non ha l'assillo di produttori
e casa discografica, di chi fa musica da ascoltare,
non da vendere: di nuovo come i Genesis, o i Van
der Graaf Generator.
Sembra quasi di risentire certi rimproveri di
allora, quando scrivere canzoni rock con più
di due accordi o testi un po' più complessi
e raffinati del solito veniva imputato ad elitarismo
e virtuosismo fine a se stesso. Sotto diverse
spoglie, un po' camuffati, certi luoghi comuni
rispuntano come i funghi.
Autentico erede, dalla fine dei settanta in poi,
della vitalità e originalità della
sua vecchia band, Peter Gabriel lo è in
realtà - insieme a pochi altri - anche
dello spirito di ricerca che aveva animato le
migliori formazioni del prog: non si è
mai appiattito nella nostalgia e nel ricordo,
ma nemmeno si è mai fatto catturare dalle
mode del momento; non si è, infine, chiuso
nel vertiginoso ma esasperato e ripetitivo sperimentalismo
tecnicistico, da esteti dello strumento, che contraddistingue
ormai i King
Crimson.
Non è David Bowie, dominato dalla fregola
della continua novità, del sorprendere
per il sorprendere, non è come i Radiohead,
che dopo l'ottimo, estenuante "O.K.
Computer" si sono lanciati nella pregevole
ma finta avanguardia - molto più tradizionale
dell'apparenza - di "Kid
A": Peter Gabriel ha, molto semplicemente,
uno suo autentico stile. E, credete, non è
una banalità. Perché per stile noi
intendiamo la varietà sotto un comune denominatore.
Prova ne sia la tenuta di "Up": regge
tutti i suoi sessantasei minuti, senza un cedimento.
Un piccolo mondo a sé, dove si sublimano
i generi del rock, dal pop alla dance alla world
music (c'è perfino la bossa nova di "No
Way Out"!), in un superiore distillato dal
sapore unico, dove l'elettronica non soffoca,
ha il volto umano e cordiale del pianoforte: programmazioni
e Bösendorfer. Già "Ovo"
era così. L'uomo, la voce, è la
stessa che cantava "Seven Stones" o
"Dancing with the Moonlight Knight",
"Time Table" o "The Lamb
":
pezzi che tornano alla mente in certi momenti,
perché la fiammella che cova, sotto sotto,
è sempre la stessa.
"The Drop", duetto pianoforte-voce
che chiude l'album, da sola, varrebbe l'acquisto;
ha il sapore buono e malinconico di grandi cose
passate ancora ben presenti, che non muoiono e
si rinnovano; quel canto flebile e tremolante
è come un saluto per l'ascoltatore, una
ninnananna cantata in un soffio: forse il brano
più spontaneo e semplice, quasi spiazzante,
che ci sia capitato di sentire ultimamente: e
certamente non ha richiesto anni per essere perfezionato.
Per il resto è arduo scegliere il meglio:
tirando a sorte, indichiamo, fra le altre nove
ampie tracce - e lasciando da parte per comodità
il gabrielianissimo singolo "The Barry Williams
Show" - la possente "Darkness",
"Sky Blue" e la distesa (dà un
po' il 'la' a tutta l'opera) "I Grieve",
matura espressione della complessa semplicità
dell'autore, dove l'accelerazione ritmica centrale
- e la corrispettiva modulazione melodica - si
innestano morbidamente e con splendida naturalezza,
dando vita ad un episodio di classica ed epica
compostezza, un ineffabile blues del futuro.
La band comprende i fedelissimi Manu Katche alla
batteria, Tony Levin al basso e David Rhodes alle
chitarre. Delle tastiere (fra cui il mellotron
in tre tracce) si occupa pressoché ovunque
l'autore.
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