Dal 1987 al 2004 fecero uscire quasi un disco
all'anno. Centinaia di canzoni, dalla rozza immediatezza
dei primi tempi al pop psichedelico del nuovo
millennio. I Guided by Voices si sono sciolti
l'anno scorso, salutando i fan con il dvd "The
Electrifying Conclusion", live che ripercorre
l'intera carriera del gruppo.
Robert Pollard non perde tempo e pubblica il suo
nono lavoro in studio, "From a Compound Eye".
Otto album alle spalle, alcuni registrati in casa
in un paio di settimane, tutti pressochè
sconclusionati, digeribili solo dal fan terminale.
Scevro da impegni, si sperava che questa volta
il Pollard solista potesse dare alla luce qualcosa
di interessante. così non è stato,
perchè questo "From a Compound Eye"
non passa l'esame.
Nonostante il numero elevato di canzoni presenti
nel disco, siamo lontani dai fasti di "Bee
Thousand" e dalle illuminanti melodie spezzate
che costellavano quel piccolo capolavoro lo-fi.
Nello stesso tempo, Pollard cerca di riavvicinarsi
alla bassa fedeltà e alla sperimentazione,
dimenticandosi della fortunata parentesi pop dei
GBV di "Isolation Drills" e "Earthquake
Glue". Ne esce fuori un disco frammentario,
ricco di brillanti idee mal sviluppate, di mediocri
nenie all'insegna del già sentito e di
altri pezzi quasi imbarazzanti. Il che probabilmente
non è un così grosso problema, una
volta preso atto della discontinuità artistica
che contraddistingue anche i momenti più
ispirati della carriera di Pollard. il vero problema
è l'eterogeneità di queste 26 canzoni:
si passa dagli accenni prog di "Field Jacket
Blues" al noise di "kensigton Cradle",
dalla psichedelia confusa di "50 Year Old
Baby" alla cavalcata chitarrosa di "Conqueror
of the Moon", dall'orchestrale "Flowering
Orphan" al lo-fi di "The Right Thing",
che potrebbe essere stata registrata in uno sgabuzzino
in compagnia di qualche cassa di birra.
Un pout pourri inutile, troppe canzoni, troppa
ambizione per quella che forse voleva essere una
sorta di rock opera storta in cui paradossalmente
si salvano i pezzi più ingenui come la
traccia d'apertura "Gold" che non fa
altro che recuperare la voce eterea del passato
sporcandola con lievi chitarre distorte, la frenetica
"Dancing Girls and Dancing Men" e la
perla "Fresh Threats, Salad Shooters and
Zips Guns" che può sembrare una b-side
ripulita dei tempi di "Bee Thousand"
e "Alien Lanes". Per chi ha sempre dichiarato
amore nei confronti delle melodie facili dei GBV
risulta difficile non apprezzare pezzi scontati,
ma comunque credibili come "U.S. Mustard
Company", che scopiazza arpeggi di chitarra
dei La's più abusati. Resta però
la sensazione che questo "From a Compound
Eye" sia un disco di scarti di un autore
sottotono, a tratti brutto come la copertina.
E ce ne dispiace un po'.