Secondo album e primo di una lunga serie di capolavori
per Dylan.
Esagerata come frase? Chiedete a tutti coloro
che negli ultimi trentacinque anni hanno intrapreso
la carriera di cantautore e vedrete come questo
in questione sia con ogni probabilità il
disco manifesto dei primi anni '60. E come potrebbe
essere altrimenti?
Tredici brani praticamente perfetti, che partono
dal folk per arrivare ad uno stile personalissimo
e inimitabile. Dylan spezza le regole della canzone
d'autore dell'epoca e si fa paladino delle masse,
portavoce di una generazione ancora confusa ma
già preparata ai moti contestatari che
la contraddistingueranno da lì a poco.
Ancora poco convinti delle mie parole? Bene,
allora ascoltatevi la prima traccia dell'album.
Si, si, è proprio "Blowin' in the
Wind", insieme a "Yesterday" e
"Wish You Where Here" la canzone più
cantata della storia della musica. Dylan dirà
in seguito di averla composta in dieci minuti
e di non amarla, ma voi non dategli retta. Pensare
a quanto è migliorata la scrittura di Dylan
in appena un anno (sia per quanto riguarda le
melodie sia per i testi) lascia sbalorditi e interdetti.
La presa di coscienza del futuro menestrello è
iniziata e non basterebbero dieci pagine a narrare
le splendide poesie che si susseguono senza sosta.
C'è la dolcezza sussurrata di "Girl
from the North Country", la secca e lucida
denuncia di "Masters of War" che, ripresa
musicalmente da un brano tradizionale scozzese,
è a tutt'oggi la più bella canzone
di protesta mai scritta ("Avete causato la
peggior paura che possa mai propagarsi. La paura
di portare figli in questo mondo", tragicamente
attuale, direi), atto di resistenza contro i padroni
del mondo, animati dal solo amore per il profitto,
grido di rabbia impotente contro le ingiustizie.
C'è poi lo splendido nitore di "A
Hard Rain's A-Gonna Fall", ispirata dalla
poesia "Howl" di Allen Ginsberg (quella
che inizia con la celebre frase "Ho visto
le menti migliori della mia generazione distrutte
dalla follia" tanto per intenderci), e dove
Dylan dà un'altra dimostrazione del suo
genio poetico e musicale, trascinandoci poco a
poco nella paranoia della dura pioggia che sta
per cadere, attraverso una serie di immagini e
rimandi emozionanti e unici che diventeranno uno
dei tratti distintivi della sua arte.
C'è la malinconica dolcezza di "Don't
Think Twice it's All Right", ballata d'amore
in seguito ripresa in versioni live da Joan Baez
(madrina della musica folk), la cadenza vagabonda
di "Bob Dylan's Dream" (dove Bob torna
a ricordare il viaggio che l'ha portato a New
York, l'addio alle proprie radici, al proprio
passato), l'indignazione antirazzista di "Oxford
Town", e la paranoia ironica di "Talking
Wold War III Blues", scritta nel tipico stile
del blues parlato, tanto amato da Woody Guthrie.
A chiudere l'album, dopo l'arrangiamento della
tradizionale "Corrina, Corrina", la
splendida e divertita dichiarazione di vita anarchica
di "I Shall Be Free", che dopo aver
citato il presidente Kennedy, Brigitte Bardot,
Anita Ekberg, Sofia Loren e Martin Luther King
termina con la secca frase "Make love to
Elizabeth Taylor, catch hell from Richard Burton".
A dimostrazione della grande lezione di libertà
di Dylan: in un album si può parlare di
tutto, dalla guerra all'amore, dalle ingiustizie
ai propri desideri. Se non era rivoluzionario
questo nell'ormai lontano 1963
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