Con la sua opera seconda, ad appena ventitré
anni, Francesco De Gregori tocca una delle sue
massime punte d'ispirazione. Deluso dall'insuccesso
del pur ottimo "Alice non lo sa" - che
comprendeva, tra le altre, perle come "Alice",
"Buonanotte fratello", "Le strade
di lei" e "Irene" - il giovane
cantautore romano si dedica ad un materiale intimista,
seguendo la scia di Leonard
Cohen e di Fabrizio
De Andrè, ma rileggendolo in un'ottica
allucinatoria del tutto personale.
Si inizia con la storica "Niente da capire",
titolo che è tutto un programma, dolce
e sferzante ballata su un rapporto finito. Si
prosegue con l'allegoria onirica di "Cercando
un altro Egitto", dove l'invettiva politica
viene smussata dall'atmosfera sognante e distorta
("Sollevo gli occhi al cielo e vedo sopra
un tetto mia madre inginocchiata in equilibrio
su un camino. La strada adesso è piena
di persone, mia madre è qui vicino")
e dalla splendida "Dolce amore del Bahia",
meno scarna della precedente, accompagnata dalla
sola chitarra - come nella migliore tradizione
folk -. "Informazioni di Vincent" prosegue
sulla stessa linea poetica di introspezione personale,
mentre malinconica, profonda, densa appare "Giorno
di pioggia" ("oggi giorno di pioggia
e la gente si muove, io sono figlio della pioggia"),
cupa riflessione sul destino dell'apparire e del
mostrarsi - ma tutto l'album è percorso
da questo tremito d'insoddisfazione giovanile
a metà tra la voglia di emergere e il terrore
di non piacersi -.
E, a tagliare perfettamente in due l'album, arriva
il capolavoro: "Bene" è la canzone
summa della prima vita musicale di De Gregori,
molto più significativa delle ben più
celebri "Rimmel", "Generale"
o "La donna cannone". Canzone semisconosciuta,
nascosta, mai portata veramente alla ribalta,
è al contrario la più alta espressione
del genio poetico del cantautore, libera e anticonformista
dichiarazione d'affetto verso la madre, poeticamente
eterea e musicalmente tenue. Di grande spessore
poetico anche la seguente "Chissà
dove sei", originale e coinvolgente "A
Lupo" ("Ma questa non è casa
mia, i ricordi si affollano in fretta, è
un libro cominciato la sera e già dimenticato
la mattina"), adolescenziale nella sua utopica
visione di libertà "Arlecchino",
metaforicamente politica (alla maniera del Bob
Dylan degli esordi) la lunga "Finestre di
dolore". Si chiude sulla delicata filastrocca
"Souvenir", embrione di ciò che
in futuro saranno "Buonanotte fiorellino"
e "Piccola mela".
Anche stavolta De Gregori andrà incontro
ad un sonoro insuccesso commerciale, ma la dimostrazione
d'intelligenza e di maturità gli permetterà
di comporre ad un solo anno di distanza il celeberrimo
"Rimmel", l'album della svolta, l'album
della fama, l'Album di Francesco De Gregori.
1. Niente da capire
2. Cercando un altro Egitto
3. Dolce amore del Bahia
4. Informazioni di Vincent
5. Giorno di pioggia
6. Bene
7. Chissà dove sei
8. A Lupo
9. Arlecchino
10. Finestre di dolore
11. Souvenir
I
commenti
berescit 4 maggio 2002 A
prescindere dalla vena artistica del "principe"
e del suo genere
ermetico, bisogna stare attenti a non far
dire a questo straordinario
talento, quello che in realtà non vuole
proprio dire. A volte la
combinazione di suoni e parole è conseguenziale
di un bisogno strutturale
del testo, di ritmica poetica a scapito del
nesso contenutistico. Credo che
l'abilita del nostro artista consista anche
nella capacità allegorica di
combinare e armonizzare le parole e i concetti.
Certamente denota una
tendenza intimistica dell'autpore. E' sicuramente
un uomo dalla spiccata
sensibilità. Comunque La sua musica
e i testi sono delle perle che non
finisci mai di ammirare.
FIEVEL 9 aprile 2002 Eh,
sì "Bene" è certamente
la migliore. Una poesia da
brivido..
Però è un casino da capire,
sapete darmi qualche interpretazione? Ma siete
sicuri che è dedicata alla madre?
Mimmo 3 febbraio 2002
Ermetismo,metafore
non sempre così palesi,il confronto
con se stessi,ambizione letteraria,profili
seminascosti dall'uso tenue ed ambiguo della
parola...questo è,in minima parte,l'Agnello.Un
album fondamentale,forse il vero capolavoro
di quell'astro che ad appena 23 anni era il
Principe.Francesco raccoglie la tradizione
folk americana,apprende da Dylan e da Donovan,
metabolizza questa prospettiva,sostituisce(anzi
arricchisce)tutti i topos connessi al suddetto
filone,impiantandovi la propria ottica,diagonale,struggente
e multiforme come non mai.Per chi non si rispecchia
più tanto nelle infatuazioni adolescenziali.Cercatelo!
Antony 19 gennaio 2002
Assolutamente
d'accordo con la breve analisi del sig Meale;un
disco che conferisce grande dignita' a tutto
il panorama musicale italiano di quegli anni
in cui dominavano i vari mino reitano,i cugini
di campagna ecc. questo spiega lo scarso successo
commerciale ottenuto; sono un po' meno d'accordo
sugli accostamenti con Dylan o Cohen ma il
discorso e lungo comunque avremo modo di approfondire.
Lennon999 6 gennaio 2002
ke
dire? eccezionale...unico...questo forse è
il disco meno
conosciuto del Principe ma è uno dei
più belli...è un opera perfetta,senza
sbavature e contiene quel capolavoro ke è
"Bene"...da comprare
assolutamente...