Un passaggio de “La banda dei brocchi”
di Jonathan Coe descrive una sessione di prove
musicali di un giovane gruppo di liceali britannici
nel 1977 alle prese con una complessa partitura
prog. Dopo quindici minuti di ghirigori strumentali
il batterista manda tutti affanculo e comincia
a pestare un 4/4 che da il via ad una jam punk.
Il tastierista/cantante/compositore di quel gruppo
mai esistito se ne va abbattuto con i suoi spartiti,
i suoi sogni tolkeniani e le sue ossessioni grandgugnolesche.
E noi che leggiamo ci uniamo in un coro di esultanza.
Il progressive rock è morto.
Se trent’anni fa l’antidoto alle
sbrodolate progressive era il punk, oggi siamo
nella più totale incertezza: il punk è
diventato una caricatura di sé stesso e
alcuni tra i migliori alfieri del movimento (i
Mclusky, per dirne uno) ci hanno abbandonato mentre
altri – gli At the Drive-In – si sono
riciclati in gruppi emo dimenticabili (Sparta)
e spaventosi leviatani sonori che ti inoltrano
in un incubo fatto di tecnicismo, concettualismo,
cerebralismo e tutto gli ismi che portano ad un
grido di terrore. I Mars Volta.
Eravamo decisi a dar loro una possibilità
dopo aver digerito con qualche difficoltà
il precedente “De-Loused in the Comatorium”,
ma qui crolla ogni alibi e non c’è
scusa che tenga: concept album su una persona
che vuole trovare i suoi genitori. Una storia
che si dice sia stata – tra l’altro
– trovata su un diario abbandonato in un
auto. Potrebbe essere esilarante se non fosse
che la musica con la quale Cedric Zavala e Omar
Rodriguez hanno deciso di musicare questo loro
“Frances the Mute” lascia parecchio
sconcertati… l’iperbole dell’esagerazione
qui perde totalmente la bussola partendo quindi
per la tangente e lanciandosi in arditi esperimenti
che toccano qualsiasi cosa in cinque canzoni allargate
(con tanto di sottotitoli e baggianate del genere)
senza capo né coda. Una tronfia autocelebrazione
che ricorda paurosamente l’harakiri degli
Yes di “Tales
from topographic oceans”. Soltanto che
se ai tempi quel disco venne ripudiato addirittura
dai pasdaran elfici, i Mars Volta riescono a creare
un certo proselitismo – per dire, il loro
recente concerto milanese è andato esaurito
e sono quarti nella classifica di Billboard –
che rende ancora più spaventosa e pericolosa
l’opera.
Dall’incedere medieval-hard rock di "Cygnus,
Vismund Cygnus "alla retorica raffazzonata
di "Cassandra Geminni" ci troviamo davanti
ad un contenitore ipotetico del nulla. Una truffa
ben congeniata che mescola disordinatamente Paco
de Lucia e i Marillion, Blackmore’s Night
e Jethro Tull
più ambiziosi e il tutto con un’estetica
e un’ottica a metà tra la psichedelia
e il punk. E visto che qui dentro c’è
anche del punk dubito che possa nuovamente salvarci.
Si prevedono tempi duri, ammesso che non arrivi
un artista che vorrà davvero fare piazza
pulita con un disco candido e personale, in cui
risponde a tutta questa esagerazione con cinquanta,
bellissimi, minuti di silenzio.
collegamenti su MusiKàl!
The Mars Volta - Scabdates
Yes - la Kalporzgrafia
Jethro Tull - la Kalporzgrafia
Marillion - Anoraknophobia