La nostalgia prende la gola. Parcheggio la macchina
davanti all’Idroscalo, proprio dove un mese
prima avevo visto il mio ultimo festival, il MiAmi.
Sono cambiate molte cose, da allora. Manca una
persona, ma il clima della giornata è lo
stesso: caldo, rilassato, disteso, invischiato
nella birra.
E la birra non è la bevanda adatta da
sorseggiare mentre si ascoltano i Nouvelle
Vague. Mi siedo sul prato, con un minimo di
finto rimpianto per essermi perso IG per
pochi minuti e Fatboy Slim la sera prima (peccato
per Paul Weller,
però…), e osservo queste due ragazze
francesi in atteggiamento lesbo-chic massacrare
in chiave bossanova alcuni classici del punk.
E penso che quando le francesi si libereranno
dall’obbligo di imitare Jane Birkin sarà
ormai troppo tardi,e rimpiango di non avere tra
le mani un buon aperitivo. Perché, sì,
senza un soft drink adeguato puoi anche sorridere
di fronte a “Ever fallen in love?”
dei Buzzcocks suonata a quel modo, ma poi le varie
“Teenage kicks” e “Love will
tear us apart” ti irritano solamente.
Ben altro concerto offre Tom Verlaine,
stranamente ignorato dai presenti: mi ritrovo
sotto le transenne a guardare in faccia l’uomo
che ha scritto un pezzo di storia del rock, ma
lui non guarda me. Ha gli occhi persi nel vuoto,
concentratissimo sulle note della sua chitarra,
su quella sei corde che suona ancora come i mille
pettirossi urlanti evocati da Patti Smith. La
sua voce compare per pochi attimi e scompare in
lughissimi intrecci strumentali senza il minimo
supporto ritmico; non vede quasi il pubblico,
ringrazia intimidito e se ne va. Non è
il concerto che ci aspettavamo, e infatti non
tutti gradiscono. A torto.
Un’altra birra, prato. Alessio Bertallot
ai piatti, elegante come al solito con le sue
fascinazioni nu-soul, crea un clima perfetto,
e stringe il cuore di ricordi con “Suona
ancora” dei Casino Royale e con la chiusura
di “Alle prese con una verde milonga”
di Paolo Conte.
Un saluto non casuale, visto che stanno per salire
sul palco i Gotan Project. Parto molto prevenuto
verso una band che mi sembra un fastidioso incrocio
tra Buddha Bar e un documentario per turisti ignoranti,
ma mi devo ricredere: sono sul palco in dieci
e, tra il quartetto d’archi, il pianoforte
e il bandoneon, è sempre un gran bel sentire.
Il tango è una delle musiche più
belle del mondo, rimane sempre un romanzo in tre
minuti, anche se sporcato con un’elettronica
piuttosto elementare e a lungo andare piuttosto
ripetitiva.
E poi, i Massive
Attack. Il concerto che tutti mi avevano
descritto con un “Sarà una noia mortale,
vedrai” e che invece si rivela qualcosa
di clamoroso. Basso, batteria, tastiere e una
selva di microfoni. Quasi tutto è live,
i campionamenti sono ridotti al minimo, come per
il tour di “Mezzanine”, non a caso
il disco più saccheggiato di un’ora
e mezzo di concerto perfetto. 3D attacca con “False
flags”, e subito dopo arriva ad affiancarlo
Daddy G: è il suo ritorno a dire che la
macchina Massive Attack è rientrata nei
ranghi, e una “Risingson” cupa e di
sconvolgente bellezza lo conferma. Ancora più
sorprendente è vedere sul palco una donna
dai capelli bianchi, un piccolo angelo che ondeggia
su se stessa: ha la voce e il corpo etereo di
Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, che ammanta
di luce impalpabile una stupefacente “Teardrop”.
C’è anche Horace Andy, visione sconvolta
di onde spezzate nella circolarità perfetta
di “Angel” o nella dilatata “Hymn
of the big wheel”; alcune canzoni prendono
una forza sconvolgente, diventano giganteschi
mostri psichedelici come “Future proof”
o “Safe from harm”, mostrano il loro
cuore nero (“Karmacoma”, “Inertia
creeps”) e liquido (“Black milk”).
È tutto perfetto, a parte l’aver
trascurato quasi completamente “Protection”
e la chiusa affannata e inutilmente brutale di
“Group four”, dove Liz Fraser cerca
per due volte di buttare fuori la band. Band in
stato di grazia, concerto memorabile, attesa per
il prossimo “Weather underground”
ormai insostenibile.
Mi riprendo a fatica per andare a vedere il DJ
set di David Holmes, ma gli orari di chiusura
sono inflessibili: cancelli chiusi alle 2, tutti
a casa. L’Idroscalo, il tanto ridicolizzato
mare di Milano, continua a lasciarmi buoni ricordi.
Musicali e non, ma che importa?
collegamenti su MusiKàl!
Fatboy Slim - Halfway
Between the Gutter and the Stars
Paul Weller - le
recensioni
Joy Division - Unknown
Pleasures
Television - The
Blow-Up
Television - Marquee
Moon
Patti Smith - Intervista
(7-5-2005)
Paolo Conte - la Kalporzgrafia
Gotan Project - La
Revancha Del Tango
Massive Attack - la Kalporzgrafia