Sarà che mi stupisco con poco, ma rimango ancora affascinato da come noi, pubblico più o meno snob, sappiamo piroettare su noi stessi per acclamare l'ultima novità da non mancare, e decretare come attualissimo quello che fino a ieri stava nel ripostiglio. Eppure, se tanta gente riesce ad andare in visibilio per gli sbarbatelli Vampire Weekend che scimmiottano il rock terzomondista di vent'anni fa, è naturale che i Fleet Foxes catalizzino così tanta attenzione, impigliati come sono tra la nostalgia della West Coast gloriosa di David Crosby & c. e la flanella grossa delle traditionals dei boschi e delle montagne, talmente anacronistica da essere inevitabilmente modernissima. Anche perché non di solo hype stiamo parlando: l'album d'esordio per la Subpop è semplicemente incantevole, una delle cose migliori sentite in questo peraltro non memorabile 2008 sonoro.
Eccoci quindi stipati dentro i Magazzini Generali a chiamare a gran voce i nuovi ragazzi prodigio: i Fleet Foxes fanno la loro comparsa poco prima delle dieci, e hanno l'aura polverosa ed epidermicamente simpatica che era lecito aspettarsi, con i loro capelli arruffati e le barbone bibliche; il frontman Robin Pecknold sembra addirittura un patriarca da Vecchio Testamento, a dispetto dei suoi venti e rotti anni. Anche l'attacco è prevedibile: “Sun Giant”, tratta dal loro primo EP, focalizza da subito l'attenzione sulle luminose e robuste armonie vocali che sono la cifra stilistica della band, spogliate di ogni altro strumento. Subito dietro si comincia a ripercorrere in rapida successione i brani dell'opera prima, con “White Winter Hymnal” e “Ragged Wood” che spalancano paesaggi bucolici e tenui piste nella neve da seguire come novelli trapper, anche se fuori c'è solo la nebbia padana e i loft di via Ripamonti. È musica delle radici quella dei Fleet Foxes, frutto di una archeologia curiosa e meticolosa che dona linfa e respiro a canzoni vive e pulsanti, come la splendida “Your Protector” che stasera è una delle attese punte di diamante del set.
Il materiale della serata sta tutto in questo pugno di canzoni che tutti già amano e salutano con grida entusiastiche, mentre le cinque volpi di Seattle ripetono diligentemente e senza sbavature i loro passi in studio. Pecknold, pur senza essere un trascinatore di folle, rivela un carisma schietto e senza fronzoli con cui sa tenere il palco quando resta da solo con la chitarra acustica e addirittura senza amplificazione. Con “Blue Ridge Mountains” i Fleet Foxes ringraziano e salutano, lasciandosi dietro un piacevole ricordo e forse un po' di delusione in chi sperava di assistere al manifestarsi della Nuova Grande Cosa: ma sono le solite fisime di noi ascoltatori nevroticamente alla ricerca della moda più modaiola per i prossimi dieci minuti. I Foxes, nel loro piccolo, sono un antidoto proprio a questo logorio della vita moderna. Peace.
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News > Fleet Foxes, Milano, Magazzini Generali, 15 novembre 2008. Le foto
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