Partiamo da cose dette e risapute: andate a vedere
un concerto dei Flaming Lips, almeno una volta
nella vita. Soprattutto se avete bisogno di divertirvi,
di sorridere, e se non mi credete, beh, un motivo
in più per vedere con i vostri occhi e
toccare con le vostre mani.
Prima dell'abbuffata di Wayne Coyne e soci c'è
il set degli Ok Go, quattro ragazzotti americani
che giocano a fare i Franz Ferdinand, con tanto
di cravattine strette e camicie optical. Sanno
comunque tenere il palco da consumati intrattenitori,
seppur con qualche goffaggine (l'aborto di stage
diving da parte del frontman Damian Kulash)
e danno il meglio nel finale, quando propongono
un siparietto in cui ballano sulle note del singolo
“A Million Ways” come una perfetta
boyband.
Mentre gli Ok Go lasciano la scena, cominciano
ad aggirasi sul palco personaggi familiari: ecco
che spunta Batman con in mano un mazzo di cavi,
mentre dietro di lui Capitain America sistema
le spie, e intanto Thor e Space Ghost si danno
da fare con i microfoni. Ebbene sì, i supereroi
sono fra noi e fanno i roadies per i Flaming
Lips. Il loro datore di lavoro, Wayne, li osserva
soddisfatto e gli dà occasionalmente una
mano. A un lato del palco, Superman gonfia la
palla trasparente dentro alla quale il brizzolato
leader dei Flaming Lips rotolerà sulle
teste e le mani del pubblico.
Finalmente è tutto pronto, arrivano anche
Steven Drozd in tuta spaziale e Michael Ivins
in costume da scheletro, Wayne entra nella sfera
magica e viene lanciato sulla gente nell'esaltazione
generale: e poi, semplicemente, la piazza esplode.
Sulle note di “Race For The Prize”
il palco è invaso da Babbi Natale e graziose
aliene in tuta viola, tutti armati di torce elettriche,
mentre due cannoni sparano coriandoli, e decine
di palloni bianchi rimbalzano sulla folla già
in delirio. Sotto la sagoma severa e imponente
del Castello Estense prende forma uno spettacolo
esageratamente kitsch, oltraggiosamente pacchiano
e sopra le righe, capace di tramutare centinaia
di adulti in bambini alla festa dell'asilo.
Pazienza poi se il repertorio è sempre
quello, solo brani dagli ultimi tre album più
la solita “She Don't Use Jelly” e
“War Pigs” dei Black Sabbath dedicata
all'amministrazione Bush nel finale; pazienza
per l'uso più che disinvolto delle basi
registrate; l'importante è il singalong,
che Wayne non si stanca di invocare ripetendo
all'infinito i suoi ritornelli più riusciti.
Se in studio i Flaming Lips sono scienziati bislacchi
capaci di perdersi in psichedeliche dimensioni
parallele, dal vivo sono invece gli impresari
di un carrozzone in cui conta solo il divertimento
ingenuo, lo stupore a bocca spalancata.
Come ogni bravo ciarlatano, Wayne Coyne fa passare
ninnoli superflui per rimedi ai mali più
disparati: ti fa credere che il divertimento circense
che vende sia un modo per incanalare energie positive
contro la mancanza di senso del mondo e delle
cose. Come ogni bravo ciarlatano, ti fa venire
voglia di credergli davvero. E allora canti a
squarciagola, occhi all'insù e sorriso
ebete stampato in faccia, mentre sullo schermo
scorrono i Teletubbies e Beverly Hills 90120,
Dick Cheney e una bella ragazza nuda che balla.
Ha tutto perfettamente senso, sul grande carrozzone
dei Flaming Lips, e se torneranno in città,
accorreremo a vederli di nuovo ridendo e saltellando
come dietro al pifferaio di Hamelin.
collegamenti su MusiKàl!
Flaming Lips - At
War With The Mystics
Flaming Lips - Concerto
al Velvet (Rimini)
Flaming Lips - Concerto
al Transilvania Live (Milano)
Flaming Lips - The
Day They Shot a Hole in the Jesus Egg
Flaming Lips - Yoshimi
Battles The Pink Robots