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FLAMING LIPS
Concerto al Velvet (Rimini) (15 marzo 2003)
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di Nicola Tedeschi scrivi un'email

Il Velvet è gremito, io sono arrivato da Verona ma dalle inflessioni intuisco che qualcuno ha fatto molta più strada di me. Lo show personale di Wayne Coyne inizia ben prima dell'inizio dell'entrata in scena dei Flaming Lips: si aggira sul palco in un impeccabile completo chiaro salutando noi delle prime file come se ci conoscesse tutti.

Potrebbe sembrare un professore di filosofia di Berkeley (che affascinante, dice una ragazza di fianco a me all'amica) se non ci sparasse in faccia il potente fascio luminoso di una torcia elettrica. Finito il set di Brendan Benson, cantautore di Detroit tanto esangue nell'aspetto quanto super elettrico negli arrangiamenti, durante il cambio della stumentazione il palco si popola di una babele di personaggi surreali e straniti, degni di una sfilata carnevalesca o della vena più immaginaria di un Fellini circense, preannuncio dell'atmosfera che caratterizzerà il concerto.

Personaggi stralunati che vestono costumi di peluche con sembianze di animali, improbabili ragazze-ballerine dall'espressione un poco suonata e dal sorriso isterico, una serie di robot di plastica allineati con ordine davanti ad uno schermo bianco. Anche la strumentazione pare atipica: una batteria con un enorme grancassa in primo piano, strane tastiere ai lati, una più simile ad una stampante che ad uno strumento musicale.

Nessuna comparsa a sorpresa, nessuna suspence: il gruppo si mostra sul palco assieme al crew e dà una mano a montare il tutto, forse perché Coyne e compari sanno che le vere sorprese arriveranno dopo. Si spengono le luci, sull'incedere poderoso di un coro di musica classica (non sono riuscito a decidere se fosse Wagner o i Carmina Burana, ignoranza mia !) si innesta "Race for The Prize", salutata dal boato dei presenti. Ci si accorge subiro che i Lips non andranno per il sottile, Dave Fridmann non li vede e non è il caso di fare i perfettini ...
E infatti il suono è potente ma grezzo, scarno e spigoloso, lontano dalla cesellata precisione sinfonica della traccia registrata.

Le tastiere, in parte programmate e in parte suonate da Drozd (che suona anche la chitarra), sono coperte dalla potenza della sezione ritmica: le parti melodiche si intuiscono, sommerse da un drumming potentissimo e dal basso di Ivins. Coyne è quasi atono, effetto di un tour massacrante (sono in giro da mesi, lo avevo letto dal loro sito ufficiale, e sono chiaramente stravolti, stanchissimi, se penso che il giorno dopo saranno ad Atene !) gli rende oramai quasi impossibile cantare, ma non è chiaramente questo che gli sta a cuore: vuole caricare il pubblico, sollecita applausi e gli applausi arrivano, il suo carisma e la sua presenza scenica compensano completamente questa lacuna, che d'altronde non pare indispettire nessuno.

Il concerto diventa via via un vero happening, a metà tra una certa naiveté di cattivo gusto anni '70 (voluta, per snobismo probabilmente) e un cartone animato ipermoderno, che fa interagire personaggi umani e creature fantastiche: un continuo lancio di palloni e coriandoli, Coyne che fa roteare sopra la testa una lampada alla Tom Waits, la musica costantemente accompagnata da filmati e immagini (alcune bellissime, tutte scelte accuratamente) collegati alle storie raccontate nei brani. Questi ultimi sono in gran parte contenuti negli ultimi due albums (uniche eccezioni la celeberrima e invocata "She don't use jelly" e una acida e quasi irriconoscibile "Lightning strikes the postman", cantata col megafono in una nebbia impenetrabile in cui erano visibili solo due strobo bianche), mentre diventa sempre più schizoide e anarchico il ballo scomposto dello "zoo umano" disposto ai lati del palco.

Il contrasto tra i tre musicisti stupisce per la sua vena surreale, l'accostamento sembra così improbabile la gente si guarda e ride come se stesse guardando un film dei fratelli Marx: Coyne al centro, elegante e affabulatore, narciso e accentratore, Drodz a sinistra vestito con un panciuto costume rosa da coniglio, Ivins a destra, conciato da zebra seduto immobile con gli occhiali scuri, in posa quasi catatonica e apparentemente del tutto avulso dal contesto se non lo si vedesse suonare effettivamente il basso.

Tra il festeggiamento del compleanno di due ragazzi del pubblico, con Coyne che canta Happy Birthday dopo essersi cosparso il capo di sangue (contenuto in una boccetta), lo scorrere di una scaletta magnifica (su tutte Do You Realize ?, The Gash e Waiting for a Superman), una meravigliosa vesione di Yoshimi battles the pink robots che finisce con sola voce e piano e un singalong generale, e una serie di gags degne di uno spettacolo circense, si dipana uno dei concerti più appaganti e intelligenti cui abbia assistito negli ultimi anni. Chi direbbe che questi geniali saltimbanchi vengono da Oklahoma City?

collegamenti su MusiKàl!
Flaming Lips - Concerto a Milano
Flaming Lips
- The Day They Shot a Hole in the Jesus Egg
Flaming Lips - Yoshimi Battles The Pink Robots



21 marzo 2003




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