Il Velvet è gremito, io sono arrivato
da Verona ma dalle inflessioni intuisco che qualcuno
ha fatto molta più strada di me. Lo show
personale di Wayne Coyne inizia ben prima dell'inizio
dell'entrata in scena dei Flaming Lips: si aggira
sul palco in un impeccabile completo chiaro salutando
noi delle prime file come se ci conoscesse tutti.
Potrebbe sembrare un professore di filosofia
di Berkeley (che affascinante, dice una ragazza
di fianco a me all'amica) se non ci sparasse in
faccia il potente fascio luminoso di una torcia
elettrica. Finito il set di Brendan Benson, cantautore
di Detroit tanto esangue nell'aspetto quanto super
elettrico negli arrangiamenti, durante il cambio
della stumentazione il palco si popola di una
babele di personaggi surreali e straniti, degni
di una sfilata carnevalesca o della vena più
immaginaria di un Fellini circense, preannuncio
dell'atmosfera che caratterizzerà il concerto.
Personaggi stralunati che vestono costumi di
peluche con sembianze di animali, improbabili
ragazze-ballerine dall'espressione un poco suonata
e dal sorriso isterico, una serie di robot di
plastica allineati con ordine davanti ad uno schermo
bianco. Anche la strumentazione pare atipica:
una batteria con un enorme grancassa in primo
piano, strane tastiere ai lati, una più
simile ad una stampante che ad uno strumento musicale.
Nessuna comparsa a sorpresa, nessuna suspence:
il gruppo si mostra sul palco assieme al crew
e dà una mano a montare il tutto, forse
perché Coyne e compari sanno che le vere
sorprese arriveranno dopo. Si spengono le luci,
sull'incedere poderoso di un coro di musica classica
(non sono riuscito a decidere se fosse Wagner
o i Carmina Burana, ignoranza mia !) si innesta
"Race for The Prize", salutata dal boato
dei presenti. Ci si accorge subiro che i Lips
non andranno per il sottile, Dave Fridmann non
li vede e non è il caso di fare i perfettini
...
E infatti il suono è potente ma grezzo,
scarno e spigoloso, lontano dalla cesellata precisione
sinfonica della traccia registrata.
Le tastiere, in parte programmate e in parte
suonate da Drozd (che suona anche la chitarra),
sono coperte dalla potenza della sezione ritmica:
le parti melodiche si intuiscono, sommerse da
un drumming potentissimo e dal basso di Ivins.
Coyne è quasi atono, effetto di un tour
massacrante (sono in giro da mesi, lo avevo letto
dal loro sito ufficiale, e sono chiaramente stravolti,
stanchissimi, se penso che il giorno dopo saranno
ad Atene !) gli rende oramai quasi impossibile
cantare, ma non è chiaramente questo che
gli sta a cuore: vuole caricare il pubblico, sollecita
applausi e gli applausi arrivano, il suo carisma
e la sua presenza scenica compensano completamente
questa lacuna, che d'altronde non pare indispettire
nessuno.
Il concerto diventa via via un vero happening,
a metà tra una certa naiveté di
cattivo gusto anni '70 (voluta, per snobismo probabilmente)
e un cartone animato ipermoderno, che fa interagire
personaggi umani e creature fantastiche: un continuo
lancio di palloni e coriandoli, Coyne che fa roteare
sopra la testa una lampada alla Tom Waits, la
musica costantemente accompagnata da filmati e
immagini (alcune bellissime, tutte scelte accuratamente)
collegati alle storie raccontate nei brani. Questi
ultimi sono in gran parte contenuti negli ultimi
due albums (uniche eccezioni la celeberrima e
invocata "She don't use jelly" e una
acida e quasi irriconoscibile "Lightning
strikes the postman", cantata col megafono
in una nebbia impenetrabile in cui erano visibili
solo due strobo bianche), mentre diventa sempre
più schizoide e anarchico il ballo scomposto
dello "zoo umano" disposto ai lati del
palco.
Il contrasto tra i tre musicisti stupisce per
la sua vena surreale, l'accostamento sembra così
improbabile la gente si guarda e ride come se
stesse guardando un film dei fratelli Marx: Coyne
al centro, elegante e affabulatore, narciso e
accentratore, Drodz a sinistra vestito con un
panciuto costume rosa da coniglio, Ivins a destra,
conciato da zebra seduto immobile con gli occhiali
scuri, in posa quasi catatonica e apparentemente
del tutto avulso dal contesto se non lo si vedesse
suonare effettivamente il basso.
Tra il festeggiamento del compleanno di due ragazzi
del pubblico, con Coyne che canta Happy Birthday
dopo essersi cosparso il capo di sangue (contenuto
in una boccetta), lo scorrere di una scaletta
magnifica (su tutte Do You Realize ?, The Gash
e Waiting for a Superman), una meravigliosa vesione
di Yoshimi battles the pink robots che finisce
con sola voce e piano e un singalong generale,
e una serie di gags degne di uno spettacolo circense,
si dipana uno dei concerti più appaganti
e intelligenti cui abbia assistito negli ultimi
anni. Chi direbbe che questi geniali saltimbanchi
vengono da Oklahoma City?
collegamenti su MusiKàl!
Flaming Lips - Concerto
a Milano
Flaming Lips - The
Day They Shot a Hole in the Jesus Egg
Flaming Lips - Yoshimi
Battles The Pink Robots