Grandi palloni colorati lanciati sul palco, coriandoli,
robot di plastica, ballerini vestiti da conigli
e galli ai lati del palco. Forse ancora non si
riesce a dare un'idea di quanto colorato, fantasioso
e divertente sia un concerto dei Flaming Lips.
La serata è aperta dal buon Brendan Benson,
che suona un rock diretto ed energico. Ma è
per il gruppo dell'Okhlahoma che la gente riempie
il Transilvania. Wayne Coyne sul palco è
uno dei cantanti più simpatici che possiate
immaginare. Prende in giro l'aspetto macabro del
locale, convince il pubblico ad intonare un "Happy
Birthday" per il compleanno di due spettatori
e dialoga in continuazione con la platea.
Certo la sua voce esile non sempre regge la scena,
ma è difficile fargliene una colpa, tanto
è lo spettacolo, così autentico,
semplice, vitale, lontanissimo dagli stereotipi
del grande concerto rock. I Flaming Lips sono
solari e si direbbe che il loro modello siano
quei Beach Boys di "Pet Sounds" che
si ascoltano prima dell'inizio del concerto.
Partono con la bellissima "Race for the
Prize" e costruiscono il concerto intorno
alle pagine più melodiche degli ultimi
due lavori in studio. Qualche tocco di elettronica,
chitarre meno ruvide rispetto agli esordi, una
passione intatta per la psichedelia e soprattutto
grandi melodie. Ci sono "Fight Test"
e "Gush", le esplosioni di suoni di
"Do You Realize", la nitida e malinconica
"Waitin' for Superman", un accenno a
"Over The Rainbow".
Il segreto è tutto lì. Come quando
Wayne Coyne invita il pubblico a cantare "Yoshimi
Battles The Pink Robots Pt.1", perché
dice "cantare fa sentire bene la gente".
Nient'altro che questo. Un po' come ti fa sentire
bene riascoltare ancora una volta quel piccolo
gioiello intitolato "She Don't Use Jelly"
che stava sul bellissimo "Transmission from
the Satellite Heart".
collegamenti su MusiKàl!
Flaming Lips - The
Day They Shot a Hole in the Jesus Egg
Flaming Lips - Yoshimi
Battles The Pink Robots