Prologo
Era arrivato all'aeroporto di Valencia pieno di
speranze. Era stufo di sentire, anno dopo anno,
i commenti entusiasti dei suoi amici. Voleva vivere
sulla sua pelle quello che tutti gli altri dicevano
di Benicassim. "Fanculo", diceva, "ci vado da solo".
Sì perché quell'anno la scelta degli artisti non
era stata avallata dagli amici di sempre, che hanno
preferito rimandare l'appuntamento e cercare biglietti
per altri festival, magari coi Radiohead
in line-up. Era già stato in campeggio, non aveva
paura di mettersi in mezzo ad una pletora di inglesi
ubriachi con la sua timida canadese che aveva visto
giorni migliori. Non gli importava. Era Benicassim
l'importante. Il resto sarebbe stato un contorno
aneddotico per quelli che quest'anno hanno passato
l'evento. Compra il biglietto del pullman per il
campeggio e nota di essere l'unico italiano nel
raggio di chilometri. Il volo da Malpensa era pieno,
sì, ma nessuno sembrava intenzionato a proseguire
per il Festival Internacional de Benicassim. "Poco
male, posso sfoderare il mio inglese". Illuso. Gli
inglesi facevano subito ghenga tra di loro, lasciando
fuori i pochi francesi, i pochi tedeschi e l'unico
italiano del plotone. Lui. Ma era troppo eccitato
per deprimersi. Arriva al campeggio, monta la tenda
in un angolo abbastanza isolato e comincia a passeggiare
per la città. Una città che vive per il festival.
Una città dove ti giri e senti puzza di FIB ovunque.
E i ragazzi erano tutti lì per quello. Dalla spiaggia
al Caprabo, il supermarket locale, dalla tabaccheria
al bar delle brioche napolitanes. Tutto, in quei
pochi chilometri quadrati, era girato con la faccia
verso l'enorme recinto dei concerti.
Giovedì 20 Luglio
I giorni di mare annoiavano il ragazzo. Non era
tipo da abbronzatura, lui. O meglio, detestava
l'idea di perdere tempo al sole senza fare nulla.
In più, aveva deciso di non portare l'I-Pod. Non
tanto per la paura dei furti, quanto perché non
avrebbe saputo che farsene. Insomma, poteva resistere
due giorni senza musica in attesa dei concerti,
no? Si sbagliava. Senza musica gli sembrava tutto
troppo vuoto. Certo, essere lì da solo non aiutava.
Avrebbe voluto fare conoscenza con qualcuno. Ma
gli stranieri sembravano ancora più chiusi a riccio
degli italiani. Gli italiani, semplicemente, non
c'erano. Si sentiva un po' solo e cominciava a
chiedersi se il gioco valesse la candela. Insomma,
non gli avevano mai detto che i giorni prima dei
concerti erano così noiosi. Fortunatamente, però,
l'ora X stava per arrivare. Aveva deciso di andare
al recinto dei concerti giusto in tempo per vedere
gli spagnoli Sr. Mostaza. La guida ufficiale
del festival ne parlava come di un poliedrico
gruppo pop tra Kinks e Cure. Mentre camminava
verso la navetta per il recinto, finalmente ha
l'illuminazione. Sente parlare italiano. "Che
bello", pensa, "stanno parlando di musica". Si
gira e vede due ragazzi. Uno ha gli occhiali e
una maglietta della Jon Spencer Blues Explosion.
L'altro è un lungagnone coi capelli corti e neri
e blaterava qualcosa a proposito dei Mojave 3.
Il ragazzo prende coraggio e gli parla. Non era
la prima volta che venivano al festival e avevano
deciso di andarci lo stesso, nonostante l'offerta
degli artisti non fosse esaltante come quella
degli scorsi anni. "Insomma", diceva quello con
gli occhiali, "l'anno scorso mi sono visto i Lemonheads
e i Dinosaur Jr." nella stessa serata. Aveva ragione.
Ma chi se ne frega. Ormai erano lì e cercavano
di sfruttare al meglio il loro tempo. Pure loro
avevano letto bene dei Sr. Mostaza e volevano
vedere cosa potevano essere. Purtroppo per loro,
però, il gruppo spagnolo si dimostrava niente
di che. Anonimi laddove non terribilmente banali.
Molto meglio Teitur, anche se nessuno dei
tre si poteva dire esaltato. Peccato però. Il
nostro ragazzo aveva cominciato ad esaltarsi per
quel cantautore delle Far Oer a metà tra Sondre
Lerche e Josh Rouse. I due italiani convenivano
che sì, non è male, ma è ancora troppo grezzo
per dire qualcosa di significativo. Certo è che,
nonostante si sia presentato sul palco da solo
con un'orchestra di diciotto elementi, sia scampato
dai territori della noia. Ma poco importa, pensava
il ragazzo, è talmente giovane che si rifarà al
più presto. Il talento c'è.
Tom Verlaine non aveva certo bisogno di
presentazioni. Il ragazzo sperava in un set elettrico
degno dei Television. Sognava chitarre nervose
su ritmiche serrate e i soli di chitarra di "Marquee
Moon". Desiderava una sicura scossa ad una
serata che era cominciata un po' in sordina. E'
quindi stupito dalla scelta dell'uomo che anni
fa cambiò la storia della musica di presentarsi
solo con la sua chitarra e l'aiuto di tal Jimmy
Ripp. E ancora più stupore suscita il set. Un
po' John Fahey, un po' Jim O'Rourke, un po' Six
Organs of Admittance. Sicuramente fuori contesto,
ma di un fascino disarmante. Strano vedere mille
e più di mille persone sedute e in piedi ad ascoltare
in religioso silenzio. "Fossimo stati in Italia",
diceva quello con gli occhiali, "l'avrebbero preso
a bottigliate. Qui tutti rispettano tutto. E'
bellissimo". Ed aveva ragione. Il fascino di quel
chitarrismo liquido vagava nell'aria senza che
nessuno potesse interferire. Purtroppo però, la
risposta dei Sunday Drivers rischiava di
rovinare tutto. Un pop rock banale che più banale
non si può. Una vuota copia dei Coldplay.
Ma non quelli di "Parachutes"
o "A Rush
Of Blood The To Head". No. Magari. Ma i Coldplay
bolsi ed autoriferiti di "X
& Y". Da dimenticare nella speranzosa attesa
di Howe Gelb. Anche quella volta il contesto
non era ottimale, ma nonostante il coro gospel
degli 'sno Angel, mr. Giant Sand riusciva a mettere
su un set di una classe immensa, senza risparmiarsi
in schitarrate d'antan degne degli esordi Paisley
Underground dei bei tempi. Molta poca festa, però.
"Ti ricordi?", diceva il lungagnone al quattrocchi,
"l'anno scorso c'erano i Posies e i Polyphonic
Spree". "Già", rispondeva l'altro, "speriamo che
almeno le Scissor Sisters non deludano".
Già. Si sperava. Peccato però che anche loro,
chiamate a rapporto per scuotere le stanche membra
di un adorante pubblico inglese, abbiano offerto
un set sciapo e assolutamente poco divertente.
Da un gruppo così - in sintesi: Abba + Bee Gees
+ Queen + ironia - si presupponeva una sana dose
di divertimento spensierato. Niente di tutto questo.
Musicalmente anonimi e poco coinvolgenti. Per
tutti tranne che per gli inglesi, ma il ragazzo
sapeva meglio di molti altri come andavano queste
cose.
Venerdì 21 Luglio
I due ragazzi - quello con gli occhiali e il
lungagnone - l'avevano invitato ad andare in spiaggia
con loro e i loro amici. In tutto erano una decina.
Venivano tutti dal nord Italia ed erano già stati
lì almeno una volta. "Cioè, ti rendi conto?" gli
diceva uno: "L'anno scorso, il primo giorno, ci
sono stati gli Yo La Tengo. Che non importa che
abbiano fatto schifo. E' l'idea che conta. Stasera
quale sarà il top della serata? I Pixies.
Ma diciamo che è il top del festival e basta".
Non capiva questo snobismo. Anche perché per Frank
Black e soci, il nostro ragazzo non ci aveva mai
fatto una malattia. Certo, gli piacevano, ma non
avrebbe mai percorso l'Europa solo per il piacere
di vederli. Era molto più interessato agli Echo
& the Bunnymen. Insomma, tra un bagno di sole
e un gelato sul lungomare, la mattinata va via
che è un piacere. Ma attorno alle quattro, il
ragazzo si alza per andare a vedere i concerti.
Voleva vedersi tutto quello che riusciva a vedersi.
Voleva scoprire qualche gruppo nuovo. E l'aveva
scoperto. Eccome.
Succede, infatti, che il primo concerto della
giornata sia quello dei Dionysos. Una band
francese che non riesce a definire. Rock? Metal?
Punk? Pop? Prog? Tutto e niente. Gli venivano
in mente Goran Bregovic, Mars Volta, Beirut, Indochine,
Peter Gabriel, Iron Maiden, Manu Chao, Mano Negra.
Di tutto e di più. Il palco dell'Escenario Fiberfib
era diviso a metà. Da un lato loro, dall'altro
l'orchestra. E per l'ora di concerto i francesi
non hanno fatto altro che saltare, zompare, dannarsi
l'anima e sudare. Le loro canzoni erano stranissime,
complicate, potenti, energiche, sublimi. E poi
il ragazzo non aveva mai visto uno stage diving
lungo un centinaio di metri da parte del cantante
di un gruppo. Un'esperienza notevole che non viene
bissata dai Babyshambles, gruppo che salta
senza nessun problema per poi farsi trascinare
dall'ingenuo pop elettro-acustico degli spagnoli
Garzòn e dalla potenza tellurica degli invero
abbastanza impalpabili Walkmen. "Buffo", pensava
il nostro amico, "Gli inglesi sono qui per loro.
Ci saranno tremila persone che li stanno esaltando
ma a me ricorda uno che vuole cantare come Greg
Dulli solo per rendere interessante una musica
che non mi dice un cazzo."
Mentre si stava spostando sul palco piccolo,
dove di lì a poco avrebbero iniziato gli Ordinary
Boys, incontrava il ragazzo con gli occhiali.
Gli diceva che i Babyshambles avevano fatto schifo,
quello sì, ma che ad un certo punto è salito sul
palco Shane McGowan dei Pogues per fare "Dirty
Ol' Town". Insomma. Un'occasione persa che un
po' fa bestemmiare il nostro amico. Ma non importava
più di tanto. C'erano altri concerti da vedere
e gli Ordinary Boys, dal vivo, sono divertentissimi.
Si presentavano in calzoncini corti dicendo: "Ma
cosa ci fanno gli altri con la giacca di pelle
a luglio?" e si lanciavano in un concerto pop
coi contro. Peccato che di lì a poco avrebbero
iniziato i Futureheads. Una sopresa. Perché
la band è il classico gruppo che al nostro ragazzo
dovrebbe far schifo. Eppure piacciono. Piacciono
i coretti. Piace il tiro punk-buzzcocksiano. Piace
il fatto che facciano trecento canzoni in quaranta
minuti di concerto. Insomma. Piace. E diverte.
Un po' l'opposto dei Pixies, purtroppo. Ok che
il nostro amico non ci faceva una malattia. Ma
già che c'era, voleva vederseli dal vivo. E per
venti minuti ce l'aveva anche fatta. Ma poi, per
colpa del pogo e della pressione del pubblico
che ha mandato in frantumi una barriera protettiva,
Black e soci han deciso di andare via per mezz'ora.
Tempo di rimettere a posto la barriera, di far
arretrare la gente e, sopratutto, di farla calmare
e il concerto è ricominciato. Peccato però che
l'umore del ragazzo era ormai completamente guastato.
Incazzato a morte coi Pixies, li ha lasciati al
loro divismo per andare a gustarsi, assieme a
quattro gatti, Chris Brokaw. Un ragazzo
timido che si è ritrovato a ringraziare i pochi
presenti con un concerto da antologia. Un indie-rock
chitarristico figlio del Paisley Underground -
Thin White Rope, Dream Syndicate - e un cantautorato
tra Pedro the Lion e Evan Dando ("My Idea", scritta
da Brokaw, era in "Baby I'm Bored" del biondo
Lemonheads). Alla fine sembrava di ascoltare Neil
Young. La furia elettrica della sua chitarra
faceva saltare i timpani, ma dopo la delusione
dei Pixies non poteva chiedere di meglio. Un concerto
memorabile, il primo vero concerto memorabile
del festival. Secondo solo agli Echo & the
Bunnymen che, rispettando le sue aspettative,
tiravano fuori un concerto pazzesco. Ian McCulloch
immobile, occhiali da sole (all'una di notte)
e sigaretta ha più carisma di tutte le bestie
da palcoscenico - un nome: Dave Gahan - che si
dannano come dei disperati per attirare l'attenzione
del pubblico. E le canzoni sono fantastiche. Nella
scaletta non potevano mancare "The Killing Moon"
e "The Cutter", oltre ad una cover da brivido
di "Roadhouse Blues" dei Doors. Poteva essere
a posto così, il nostro ragazzo. Ma ha preferito
aspettare per vedersi gli Strokes. Che
dal vivo ormai sono una certezza. Ovvero la certezza
di non essere affatto una live band. Lo scazzo
per eccellenza, sembrava che ognuno suonasse per
conto proprio anche se le canzoni - magicamente
- uscivano fuori alla grande. Sopratutto i pezzi
di "Is This It". Ma la nottata non era finita.
Erano le 2.30 del mattino e il ragazzo voleva
aspettare Nathan Fake, segnato sul programma alle
6.35. Tra Red Bull, Coca Cole, birre, Tiga e dj
set vari, il ragazzo aspetta fino alle 7, ma Le
Hammond Inferno è ancora lì. E' stanco, cammina
per inerzia e non sarebbe riuscito a godersi Nathan
Fake nemmeno con una dose suprema di caffeina.
Normale quindi andare a letto mentre tutti gli
altri continuavano a ballare al ritmo technologico
di Michael Meyer, che ben pensava di continuare
fino alle 10.
Sabato 22 Luglio
Una giornata da gambe spezzate, ecco cosa attendeva
il nostro ragazzo. Si era riposato all'ombra delle
palme sul lungomare di Benicassim perché sapeva
che si sarebbe dovuto dar da fare, quel pomeriggio.
C'erano molte cose interessanti e non voleva perdersene
nemmeno una. A cominciare dai Santi Campos
Y Los Amigos Imaginarios, spagnoli che fanno
pop ma decisamente migliori di Sunday Drivers
e Sr. Mostaza. Leggerini e molto inglesofili,
sono un ottimo sottofondo prima della sorpresa
del pomeriggio. I Nadadora infatti, facevano
quel tipo di musica che al nostro amico ha sempre
fatto sognare. Quel pop chitarristico rarefatto
e dilatato nella tradizione di certe band americane
come Galaxie 500 o Luna. Cantano in spagnolo ma
sono energici e passionali e hanno canzoni bellissime.
Assieme a lui arrivano anche i due amici conosciuti
sul posto, che condividono il suo giudizio e vorrebbero
che di gruppi del genere se ne parlasse più spesso.
Tutto l'opposto di Matt Elliott invece.
Mentre osservava gli ultimi minuti del suo set,
sospeso tra l'elettronica dei Third Eye Foundation
e il folk maledetto delle sue prove soliste, il
ragazzo si chiedeva come mai l'organizzazione
abbia deciso di farlo suonare al Fiberfib alle
cinque del pomeriggio. Una rottura di coglioni
inenarrabile in parte scacciata dalla canzone
d'autore acidula di Ainara Legardon. Spagnola
anche lei, collaboratrice di Chris Eckman dei
Walkabouts, la Legardon ricordava al ragazzo una
versione molto più affascinante di Thalia Zedek.
La chitarra tagliente è quella, le distorsioni
da catacomba pure. Sicuramente meglio delle Organ,
che dal vivo erano addirittura peggio che su disco.
Immobili, statiche, totalmente prive di un qualsivoglia
carisma. Il ragazzo e i due amici - quello con
gli occhiali e il lungagnone - osservano, vagamente
schifati, una decina di minuti di set per poi
andarsene. Non va meglio col Columpio Asesino.
Ennesimo gruppo spagnolo. Quella volta però non
era pop, ma una specie di art-rock che urla da
tutte le parti la sua volontà di essere Oneida.
Due palle anche lì. E allora ci riprovano tutti
assieme appassionatamente coi Calla, che
almeno le canzoni le hanno. E invece no. Sembra
che dal vivo manchi sempre qualcosa, ad Aureliano
Valle & soci. Forse da quando hanno mandato via
il chitarrista bis c'è un buco incolmabile.
Mentre si stavano dirigendo verso l'Escenario
Verde, i tre ragazzi pensavano alle canzoni degli
Smiths che Morrissey avrebbe potuto fare:
"La mia preferita è 'Bigmouth Strikes Again'"
dice quello con gli occhiali: "Non so se la farà,
sai?" replica il lunganone "del resto, io spero
sempre in una 'Please Please Please, Let Me Get
What I Want Thise Time'". Il ragazzo, dal canto
suo, non sapeva cosa pensare. La sua canzone preferita
degli Smiths era "Panic" ed era quasi certo l'avrebbe
fatta subito. La platea era gremita e un enorme
Oscar Wilde la guardava da dietro al palco. La
cassa della batteria aveva una bandiera italiana,
pegno d'amore verso Roma. Saliva sul palco con
una camicia gialla e tutta la band in divisa con
la maglietta di Playboy. Il pubblico era in delirio
e tutti si stavano già un po' commuovendo ed attaccava
- puntuale - le prime note di "Panic". Il pubblico
urlava "Hang the dj hang the dj hang the dj",
ma qualcosa non andava. A parte la sua presenza
scenica, la voce dello Stephen Patrick sembrava
un po' giù di corda e il gruppo era di un anonimo
imbarazzante. Poca verve. Una delusione mai vista.
Non basta "Girlfriend in a Coma" e altri ripescaggi
dal repertorio che fu, oltre a lanci di camicia
verso il pubblico (non prima di essersela passata
nelle mutande). Le lacrime di gioia lasciavano
spazio alle lacrime di delusione per una grandissima
occasione mancata. Eppure il ragazzo ci aveva
sperato. E se lo diceva mentre camminava verso
la tenda dove di lì a poco si sarebbe esibito
Lou Barlow. Da solo, in acustico, l'occhialuto
ex Dinosaur Jr., ex Sebadoh, ex Sentidroh, ex
Folk Implosion, ex New Folk Implosion si lanciava
in un conerto per pochi intimi. Commovente sul
serio perché disseminato di problemi tecnici che
non solo non innervosivano il pubblico, ma lo
rendevano complice della performance, con un Lou
Barlow che non faceva che ringraziare mentre pizzicava
le corde della sua chitarra: "Buffo. L'anno scorso
sono venuto qui con la band più rumorosa del festival
(i Dinosaur Jr., ndH) e ora sono qui a fare il
concerto più delicato del festival" diceva mentre
scattava una foto del pubblico. "Forse ci vorrebbe
roba del genere ogni sera", mormoravano i due
ragazzi mentre stavano andando a vedere il quarto
d'ora di Mojave 3 prima di buttarsi nella
bolgia per Rufus Wainwright. Un artista
che il nostro ragazzo aveva già visto ai tempi,
con una band e tutto il resto. Aveva messo su
quasi tre ore di spettacolo ad altissimi livelli
ed era curioso di vedere come se la potesse cavare
da solo. Beh, anche lì, solo con un pianoforte
o una chitarra, Rufus ha dimostrato di essere
un assoluto fuoriclasse. Tiene il palco come pochi
altri, ha una classe innata e un pacchetto di
canzoni tra le migliori del pop contemporaneo.
E poi ha una voce pazzesca. Della serie che potrebbe
davvero cantare l'elenco del telefono e ci sarebbe
gente in lacrime ai suoi piedi. Figuriamoci quindi
quando accenna gli accordi di "Hallelujah". Lacrime,
tante lacrime, lacrime ovunque per poi lasciare
spazio all'esaltante power-pop dei Nada Surf
che i tre ragazzi - assieme al gruppo di amici
che era nel frattempo arrivato nella zona dei
concerti - preferiscono ai Franz Ferdinand.
Pensavano di andare sul sicuro e di vedersi un
concerto per pochi. Del resto, i Franz Ferdinand
stavano suonando sull'altro palco, no? Sbagliato.
Gli spagnoli si confermano grandissimi amanti
della musica pop ed occupano la tenda in ogni
genere di posto. Fortuna che i nostri erano ben
messi dopo il concerto di mr. Wainwright. Il pubblico
salta, scalpita, strepita, canta, urla, si esalta.
E si sentono tutti benissimo. Quanta gente verrebbe
ad un concerto dei Nada Surf, in Italia? Si domandano
i nostri amici mentre Matthew Caws e Daniel Lorca
spaccano tutto e tutti con una scaletta della
madonna che attinge da ognuno dei quattro album
della loro carriera. Ci si commuove su "Inside
of Love", si poga su "Hi-Speed Soul" e ci si perde
la testa sui ripescaggi da "High/Low" e "The Proximity
Effect". E dopo basta. Il ragazzo per oggi ha
dato e non ne vuole più sapere di saltare e camminare
qua e là per vedere concerti. Non c'era più niente
di interessante e non aveva assolutamente voglia
di aspettare Dj Hell. Stava andando avanti
senza soste da dieci ore e aveva bisogno di bere,
di mangiare, di biologizzare e magari poi vedere
anche un pezzo di Ms John Soda. Che rispetto
al vecchio live che aveva visto, avevano raddoppiato
i volumi stupendo oltre ogni immaginazione. Stupefacente,
no? Peccato che i piedi reclamassero pietà. E
mentre gli altri facevano finta di niente e si
lanciavano nella tenda di Hell, il nostro protagonista
se ne andava con tranquillità e mollezza verso
il campeggio.
Domenica 23 Luglio
"Come ogni anno, l'ultimo giorno è il giorno
più fiacco. Almeno ci sono i dEUS".
Il ragazzo con gli occhiali sapeva quello che
diceva mentre stava guardando le onde infrangersi
sulla spiaggia di Benicassim. C'era molta più
gente rispetto all'anno scorso e si vedeva benissimo.
I posti più ambiti, quelli all'ombra, erano occupati
già dalle prime ore del mattino e stare troppo
sotto al sole era un rischio. Infatti, molti dei
loro dialoghi si svolgevano a mollo nell'acqua.
Comunque era vero. Giornata fiacca, quella di
domenica. C'erano il gruppo che il ragazzo forse
odiava di più in assoluto - i Depeche Mode - e
altri di cui non gliene poteva fregare di meno,
come i The Rakes, gli Editors o i She Wants Revenge.
Infatti, entrando nell'area concerti quello che
più lo colpiva non era la nenia mancuniana degli
inglesi, ma il lamento da cantautore proveniente
dal Vodafone FIB Club. Si trattava di Secret Society,
autori di un disco - "Sad Boys Dances When No
One's Watching" - che aveva colpito molto il ragazzo.
"Su disco sembra il Bonnie Prince Billy di Spagna,
dal vivo invece sembra una versione incazzata
di Conor Oberst" diceva ad una ragazza del gruppo
di amici che gli chiedeva cosa mai facesse. Giusto
il tempo di prendersi una Coca Cola ghiacciata
(c'erano pur sempre 40°) e andare al Fiberfib,
dove si sarebbe esibito Yann Tiersen. La
tenda era piena. Da parte del nostro amico, c'erano
delle aspettative. Si aspettava un set etereo
ed affascinante. Atmosferico, insomma. Invece
la band ci da dentro. Il concerto inizia come
se fosse una indie band e continua su traiettorie
molto più vicine al post-rock che non allo strumentalismo
da colonna sonora cui il francese lo aveva abituato.
Non bastano le canzoni al violino o i ripescaggi
da "Il favoloso mondo
di Amelie", Yann Tiersen annoia. Come quasi
tutti i concerti visti quell'anno ad uno stage
Fiberfib davvero deludente. Molto meglio scappare
per buttarsi nella danza modernista dei Madness.
Attaccano - ma che strano! - con "One Step Beyond"
ed è la festa. I Madness erano e sono e sempre
saranno uno dei gruppi inglesi più inglesi in
circolazione e il loro ska è irresistibile un
po' come i loro vestiti e le loro pose. "E pensare
che noi abbiamo gli Statuto. Siamo proprio il
culo del mondo" interviene il divertito lungagnone.
La platea dell'Escenario Verde cominciava quindi
a popolarsi. Da lì a poco sarebbero saliti sul
palco i Depeche Mode. "Sai che culo!" commentava
il nostro protagonista, stizzito dal delirio popolare
e dalle inutili chincaglierie che fanno bella
mostra della loro vacuità sul palcoscenico. Ma
il peggio succedeva all'attacco del concerto.
La canzone non era importante, una a caso tra
quelle inutili. Questo perché, dal vivo, i Depeche
Modo sono terribili. Dave Gahan è orrendo, si
muove in maniera convulsa e ridicola con un carisma
che nemmeno lo sfigato bombolo delle elementari.
Roba che Ian McCulloch - o anche Liam Gallagher,
per dire - lo distrugge con una sola occhiata.
Martin Gore è l'ultima persona al mondo che dovrebbe
suonare una chitarra elettrica (o cantare, o fare
qualunque cosa che non sia vergognarsi) e Andy
Fletcher pigia bottoni a caso dal bancone del
supermercato che ha messo sul palco. Ridicoli.
E orribili. Brutti da vedere e da sentire.
Schifato, il nostro amico se ne va a vedere gli
Art Brut, riconoscendone la genialità.
Sono un gruppo punk. Tiratissimo, coinvolgente
ed ironico. Questo perché il cantante sembra un
misto tra i Morrissey che non c'è più e Mark E.
Smith, il tutto virato in Monty Python. Le canzoni
sono più aggressive, ma mantengono la loro genialità
pop. Genialità che raggiunge l'apice su "Art Brut:
Top of the Pops", quando il cantante si fa passare
il programma di Benicassim e recita la frase "Top
of the Pops" su tutti i gruppi del festival. Dieci
minuti conclusivi di felicità e divertimento per
uno dei gruppi inglesi più affascinanti e coinvolgenti
degli ultimi cinque anni. Forse il momento più
alto della serata. Perché i Placebo
sono un gruppo che provoca indifferenza. Questo
nonostante il loro set sia stato comunque dignitoso.
Scaletta orribile ma ben suonata. Ed era strano
considerando quante volte si era letto di concerti
penosi perché Brian Molko e soci non sapevano
tenere in mano una chitarra. Magari erano effettivamente
migliorati. Ma non importava più di tanto. Perché
dopo avrebbero suonato dEUS.
Per il nostro amico, i dEUS rappresentavano una
delle poche certezze del panorama musicale contemporaneo.
Amava i loro dischi e le loro canzoni e non vedeva
l'ora di appagare pienamente la sua sete di live
con un concerto sopra la media. Attesa ripagata.
Questo perché i dEUS sono una band di classe e
livello superiore e hanno delle canzoni fantastiche.
Il concerto è durato un'ora ed è stato un greatest
hits della band a velocità supersonica e coinvolgimento
massimo. Da "Pocket
Revolution" ci sono state le sfuriate elettriche
di "If You Don't Get What You Want" e "Bad Timing",
la strumentale - e bellissima - "Sun Ra" e la
conclusiva "Nothing Really Ends". Per il resto,
tra una "Little Arithmetics", una "Istant Street"
da perderci la testa e una "Sudds & Soda" da fine
del mondo con le sue citazioni ai Beastie Boys
di "Sabotage", si è trattato di uno dei concerti
del festival e il nostro amico - assieme al lungagnone
e l'occhialuto - non ha fatto altro che cantare
ed urlare. "Ci voleva una conclusione degna" dice
il critico occhialuto "per il resto, si è trattato
di un festival un po' deludente". Già. Si preferisce
chiosare sul concerto dei The Rakes. Inutili e
incapaci di provocare una minima emozione. "Sai,
nell'area stampa si aggirano i giornalisti dei
NME, cinquemila persone per i Rakes è colpa loro".
Già.
Epilogo
Il ragazzo era al Gate dell'aeroporto di Valencia.
Stava aspettando il volo che l'avrebbe riportato
a Milano Malpensa. Guardava gli aerei partire
e gli inglesi andare verso le uscite per Londra.
I due ragazzi conosciuti quasi per caso erano
rimasti delusi dal festival, questo perché l'anno
prima avevano visto Dinosaur Jr., Lemonheads,
Yo La Tengo, Nick
Cave, Oasis e chi più ne ha più ne metta.
Forse era solo arrivato con un anno di ritardo,
ma quel Benicassim era comunque un'esperienza
da fare. Perché si tratta di un festival bellissimo.
Di un'atmosfera impagabile e di un qualcosa che
a parole forse non riesce a farsi capire. Bisogna
viverlo per capirlo e per non farne più a meno.
Line up a parte.
collegamenti su MusiKàl!
AA.VV. - X Festival
Internacional de Benicàssim
AA.VV. - XI
Festival Internacional de Benicàssim
Posies - Every
Kind Of Light
Cure - la Kalporzgrafia
Radiohead - la Kalporzgrafia
Kinks - Arthur
Or The Decline And Fall Of The British Empire
Kinks - Something
Else By The Kinks
Cure - la Kalporzgrafia
Mojave 3 - Puzzles
Like You
Mojave 3 - Excuses
For Travellers
Dinosaur Jr - Teatro
della Concordia (Venaria - TO)
Sondre Lerche - Faces
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Josh Rouse - Subtitulo
Josh Rouse - Nashville
Tom Verlaine - Songs
And Other Things
Television - The
Blow-Up
Television - Marquee
Moon
Jim O'Rourke - I'm
Happy, And I'm Singing, And A 1,2,3,4
Jim O'Rourke - Insignificance
Six Organs of Admittance - School
Of The Flower
Coldplay - le
recensioni
Howe Gelb - 'Sno
Angel Like You
Giant Sand - Cover
Magazine
Giant Sand - Selection
Circa 1990-2000
Giant Sand - Chore
Of Enchantment
Pixies - la
Kalporzgrafia
Frank Black - Fast
Man Raider Man
Frank Black - Show
Me Your Tears
Frank Black Francis - Black
Francis Demo/Frank Black Francis
Goran Bregovic - Tales
& Songs from Weddings & Funerals
Mars Volta - Scabdates
Mars Volta - Frances
The Mute
Peter Gabriel - Up
Peter Gabriel - Ovo
Peter Gabriel - Peter
Gabriel III
Iron Maiden - Rock
In Rio
Iron Maiden - Brave
New World
Manu Chao - le
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Babyshambles - Down
In Albion
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Burns
The Twilight Singers - Blackberry
Belle
The Twilight Singers - Twilight
Buzzcocks - Buzzcocks
Chris Brokaw - Incredible
Love
Dream Syndicate - The
Days Of Wine And Roses
Pedro the Lion - Achilles
Heel
Neil Young - le
recensioni
Depeche Mode - Exciter
Doors - The Doors
Strokes - First
Impressions Of Earth
Strokes - Room
On Fire
Strokes - Is This
It
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The Organ - Grab
That Gun
Oneida - la Kalporzgrafia
Calla - Collisions
Morrissey - Ringleader
Of The Tormentors
Morrissey - Live
At Earls Court
Morrissey - You
Are The Quarry
The Smiths - The Smiths
Lou Barlow - Emoh
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Franz Ferdinand - Franz
Ferdinand
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Room
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