FRANCO BATTIATO - Ferro Battuto (Sony Music, 2001)
di Riccardo Storti
La
prima impressione non è stata delle migliori.
"L'Imboscata" ci aveva abituato troppo
bene; "Gommalacca" riprendeva parte di
"quel" discorso ma, in alcuni punti, appariva
inconcludente. Questo "Ferro Battuto",
invece, lascia emergere subito i difetti di un'emoraggia
creativa a favore di un'ulteriore semplificazione
canzonettistica. Mai fidarsi delle prime impressioni,
comunque..Questo "Ferro Battuto", dopo un po', si lascia riascoltare e piacevolmente centellina, traccia dopo traccia, qualche suono che, probabilmente, si era perso tra la distrazione dei nostri pregiudizi.
Un album senza dubbio assai curato nei minimi particolari, felice di un fascino testuale che vede centrale l'apporto di Sgalambro.
Il Battiato anni Novanta riparte subito da "Running
against the Grain", infarcita dalla voce
di Jim Kerr (ma questi sono i Simple Minds!?!):
la semplificazione di uno spunto intelligente
sminuisce il risultato finale. Meno convincente
ancora è "Bist du Bei Mir" dove
Don Franco si confronta con ritmiche latine su
un tessuto timbrico capace di non fare onore al
vituperato MIDI
Per fortuna il livello si eleva nei brani più
"intimi" come "La Quiete dopo un
addio" e "Lontananze d'azzurro",
dove risulta assai interessante la struttura armonica
ricca di modulazioni e passaggi/paesaggi memori
di reminescenze classiche (si sente l'amore "volgare"
e mai celato di Battiato per il Lied d'ascendenza
postwagneriana).
Un altro amore, quello per la citazione, produce
tre esperimenti con luci ed ombre: "Personalità
Empirica" cita il Tchaikovskij del Piano
Concerto e lo innesta in un fraseggio arabeggiante
della brava Natacha Atlas tra sonorità
digitali; "Hey Joe" abortisce chitarre
e distorsori per una pacata ritrattazione quasi
quartettistica fusa a trasfigurazioni vocali dal
carattere salmodiante; "Scherzo in minore"
produce un inedito Battiato che, quasi sogghignando,
si confronta con una composizione di Django Rheinhardt
e Stephane Grappelli.
Da citare il ritorno al dialetto siciliano con
"Il cammino interminabile", brano che
recupera - ma non brillantemente - il sound degli
anni ottanta integrato alla lezione di "Shock
in my town".
Dove Battiato, però, convince di più
è in "Sarcofagia" (figlia di
"Strani Giorni") e nell'elaboratissima
"Il potere del canto". Vale la pena
soffermarsi su quest'ultima canzone che, esauriti
i primi tre minuti tra echi chitarristici, loop
ossessivi e trattamento di voci, si lancia in
una coda di oltre otto minuti densi di esperimenti
sonori e vocali. Quasi una summa enciclopedica
dei suoni inventati dai Minimalisti americani
ai Kraftwerk.
Un disco non facilissimo, tutt'altro che banale
ma, al tempo stesso, non troppo ispirato: in certi
momenti sembra vivere di "luce riflessa",
sfruttare quella scia che ancora "rende",
però, in altri coinvolge e cattura l'orecchio.
Merita più di un ascolto ma anche più
di una critica.
collegamenti su MusiKàl!
Franco Battiato - Concerto
a Correggio
Franco Battiato - La
Voce Del Padrone
1 maggio 2001
