"Fear
Yourself" segna l'incontro fra due eccentrici
personaggi del panorama musicale contemporaneo:
Daniel Johnston e Mark Linkous. Il primo ci mette
i testi e una scarna musica di accompagnamento,
il secondo (noto ai più sotto il nome-band
di Sparklehorse) cura gli arrangiamenti.
Ma occorre partire da più lontano: Daniel
Johnston è una figura unica, che col tempo
ha raggiunto un livello di mitizzazione raro nell'attitudine
ben poco iconoclasta dei nostri tempi. Pazzo nel
vero senso della parola (entra ed esce da cliniche
psichiatriche) ha inondato all'inizio degli anni
'80 il mercato musicale con una mole impressionante
di album autoprodotti, spesso solo in musicassetta.
Pezzi pregiati nei quali Johnston mostra un'intelligenza
musicale rara e un'altrettanto rara riluttanza
verso la forma canzone classica, pur avendo uno
spiccato senso per la melodia. Ma la melodia in
Johnston viene frustrata da brani per voce e chitarra,
da cantati stonati su vecchi standard jazz. "Fear
Yourself" è l'occasione di vedere
mescolata l'irruenza artistica di Johnston ad
una cura particolareggiata per gli arrangiamenti.
Il rischio, ovvero quello di uno snaturamento
dell'eccentricità del linguaggio di Johnston,
viene fugato fin dal primo brano: la voce sgraziata
con cui viene aggredito il rockabilly per ukulele
"Now" è sicuramente figlio della
mente poliedrica del cantautore e l'improvvisa
mutazione del brano in invocazione elegiaca ne
è la base ideologica.
"Syrup of Tears" è un'imponente
e delicata ballata per strumentazione orchestrale,
"Mountain Top" regala due minuti di
sorridente pop-rock (con violino all'assolo),
"Love Enchanted" ricorda il Bowie glam
e gioca sul contrasto tra un arrangiamento strappalacrime
e un testo stralunato, e sulle onde di frequenza
del glam si aggirano anche "Must" (quanta
purezza in quella voce senza effetti!!) e la raffinata
e vibrante "Power of Love", dove Johnston
veste l'abito del narratore, in un gioco ad inseguimento
con il pianoforte.
Lo scatenante impatto di "Fish", con
un ritornello azzeccato e travolgente, serve forse
a spezzare il ritmo, a non incentrare l'attenzione
sull'aspetto elegiaco dei brani di Johnston: diverse
sono le facce di questo autore, e questo concetto
sembra volerlo ribadire ad ogni occasione, come
nell'ossessiva e liberatoria "Love not Dead"
e nello splendido brano di chiusura "Living
it for the Moment", con la musica che segue
una linea melodica e la voce che vi cozza contro,
stonata, stirata, vagamente ubriaca. Anche se
i veri capolavori che quest'album ci propone sono
la profondità e l'intensità di "You
Hurt Me", pop pianistico della miglior fattura,
la grazia disadorna di "Wish" e la poesia
di "Forever Your Love", dove l'orchestrazione
si fa quasi mistica e la voce di Johnston assume
la forza di un angelo caduto dalle volte del cielo
e perduto in questo mondo di perdizione e disarmonia.
Una cosa è certa: "Fear Yourself"
segna il ritorno di Johnston alla genialità
e allo splendore di "1990". E di questo
dobbiamo ringraziare anche il signor Linkous.
collegamenti su MusiKàl!
Daniel Johnston - Lost
And Found
David Bowie - Heathen
David Bowie - Low
David Bowie - Diamond
Dogs
David Bowie - The
Rise and Fall of Ziggy Stardust...