Tre anni fa un sestetto eterogeneo e capeggiato
da Werner (Zappi) Diermaier fece il suo passaggio
sotto il glorioso nome di Faust in Italia, proponendo
uno spettacolo estremamente “industrial”,
elettronico e interamente strumentale, con pochissime
concessioni allo storico passato dei “Wuemme
Years”, se si eccettua una malata “It’s
a rainy day” e una sorprendente “Chromatic”
come bis. Giovedì scorso, in un PalaMazda
semideserto (Milano, fine agosto, pochissima pubblicità
e un nome non certo di richiamo come molti altri
gruppi ben più triti e in voga fra i frequentatori
delle feste dell’Unità), si presenta
un terzetto che in comune con quel sestetto ha
solo due cose: il batterista Diermaier, e il nome:
Faust.
Ma è a questo giro che i fans dello storico
gruppo riescono a riconoscerne più facilmente
le radici: perché ad accompagnare Zappi
c’è Jean-Hervé Peron, che
insieme a Rudolf Sosna era di quei Faust l’anima
creativa, nonché personalità forte
e stravagante, come abbondantemente dimostra durante
l’ora abbondante di concerto. E’ in
effetti lui il mattatore della serata: canta,
recita, suona chitarra acustica e basso, coinvolge
il pubblico da vero rocker, ma anche da consumato
performer, come quando, nella parte centrale del
concerto, afferma che “non c’è
nulla di serio nella musica, QUESTO è serio”,
indicando il ferro e l’asse da stiro con
cui comincia a stirare con passione e precisione
la maglietta di uno spettatore.
Betoniere cigolanti, bidoni martoriati da flessibili,
tubi e lamiere percosse compongono l’affascinante
spettacolo industrial del gruppo, sapientemente
alternato allo storico repertorio, proposto in
modo spesso caciarone, ma indubbiamente sanguigno
e passionale, con basso distorto e batteria essenziale
e potente: il concerto parte su queste coordinate
con una “Laueft / Psalter” difficilmente
riconoscibile,
chiusa dalla poesia finale di “Miss Fortune”,
poi si dipana a metà fra
industrial e psichedelia un po’ hippy, come
hippy è indubbiamente l’immaginario
evocato da abbigliamento ed atteggiamenti di Peron.
Solo che quando Peron dichiara “questa è
una canzone di Bob Dylan”, lo fa con un
flessibile in mano, e urlando “Oh where
have you been my blue-eyed son”, e facendoci
capire che la dura pioggia non ha affatto smesso
di cadere.
Fra una sega elettrica e una chitarra distorta
arriva anche “The Sad
Skinhead”, accolta da un’ovazione
dall’esiguo pubblico, e poi il gran
finale, dove i laminati lasciano posto ad un trio
quasi “power” ante-
litteram, per una sequenza di oldies che inizia
con “Mamie is Blue”,
continua con una lunga ed immancabile “It’s
a Rainy Day”, e finisce con il pezzo forte,
“Giggy Smile / I’ve got my Car and
my TV”, dove accade di tutto: mentre Zappi
e Amaury Cambuzat, già chitarrista e tastierista
degli Ulan Bator, massacrano il loop finale di
"Giggy Smile", Peron scopre due televisori
e, come ai vecchi e gloriosi tempi, comincia a
massacrarli a martellate fra esplosioni di tubi
catodici e vetri infranti. Dopodichè si
aggira SCALZO per il palco, lancia fumogeni colorati
in giro, fino a creare uno scenario a dir poco
apocalittico, si dimena, si contorce, continua
a distruggere TV e a
creare inferno partendo dallo zolfo ed infine
si rimette al basso,
completamente NUDO e felice. A 55 anni suonati,
portati assai bene, sia nello spirito che nel
corpo.
E siccome, come 35 anni fa, non tutto il pubblico
conosce i Faust, si
ricrea la stessa atmosfera di scandalo e stupore,
divertimento e
battutine, ma anche scrosci di applausi e richieste
di bis. Fastidio ed
entusiasmo, shock, profanazione del Tempio della
musica, trasgressione. Non quella farlocca delle
tette al vento o del “fuck the system”,
bensì quella che funziona, che magari fa
fuggire il pubblico, ma che poi si ricorda e rimane.
Cento di questi Faust.
collegamenti su MusiKàl!
Faust - Faust IV
Bob Dylan - la Kalporzgrafia
Ulan Bator - Nouvel
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