Come il giorno dopo un esame passato all’università.
Come un porto calmo al far della sera dove attraccare
la propria barca. Questo “The Fast Rise
And Fall Of The South” porta in seno un’oasi
di beatitudine, un qualcosa che mette, se non
di buon umore, almeno in pace con se stessi. E
inizialmente non si riusciva a mettere a fuoco
quale fosse l’elemento, la scintilla che
accendesse queste sensazioni, poi – a poco
a poco – si è riconosciuto il rimando:
il tocco alla Stone Roses. Il gruppo di Manchester
era campione nel riuscire a trasportare l’ascoltatore
in quel mondo dove succedono solo belle cose.
Ecco, i Kingsbury Manx, anche se dal lato musicale
più evidente devono di più al folk
psichedelico fine anni Sessanta, alla Byrds tanto
per intenderci, hanno un retrogusto tipicamente
Stone Roses (“And What Fallout!”,
“1000 8”) che fa meritare loro quasi
il voto della banana Chiquita. Non è facile
infatti essere chiari, leggeri, svolazzanti per
urgenza manifesta, è limite più
ricorrente che la leggerezza faccia prendere troppo
quota nelle atmosfere alte dove l’aria è
troppo rarefatta e irrespirabile.
Qui invece si può inalare a pieni polmoni:
i corettini fanciulleschi di “Oh no”
vanno dalle parti dei The Thrills, “Snow
Angel Dance” è imbibita di densa
psichedelia californiana che riporta ai tempi
in cui gli Hammond erano le uniche tastiere che
il rock si permetteva e, in generale, la sfavillante
luce degli acidi si irradia in più punti
dell’album (si ascoltino le suggestioni
sonore del finale di “1000 8”). Come
equilibristi nel mezzo dell’oceano che divide
la terra anglosassone da quella statunitense,
gli americani Kingsbury Manx (sono di Chicago)
guardano un po’ qua e un po’ là,
sia – come si è già detto
– ai gruppi californiani ma anche ai Pink
Floyd periodo “lato oscuro della luna”
(“Greenland”) e agli An Emotional
Fish (“Nova” assomiglia in modo prepotente
a “Star” degli irlandesi). Passando
allegramente, tra l’altro, da un decennio
all’altro senza tentennamenti di sorta.
Merito forse anche della mano del produttore
Mikael Jorgensen, già mentore dei Wilco,
che in “The Fast Rise…” è
riuscito a ricreare quell’atmosfera ovattata
tipica di Jeff Tweedy e compari. Ma merito anche
alle canzoni, che portano questo quinto album
dei Kingsbury Manx ad essere una piacevole uscita
dell’anno.
collegamenti su MusiKàl!
The Byrds - Younger
Than Yesterday
The Thrills - Let's
Bottle Bohemia
Pink Floyd - la Kalporzgrafia
Wilco - A Ghost
Is Born
Wilco - Yankee
Hotel Foxtrot