Chi si ricorda (pochi immagino) ancora i Test Icicles, è meglio che li dimentichi al più presto. Dev Hynes (che di quel gruppo era chitarrista) si è lasciato alle spalle ogni velleità glam pop con vaghe pretese dancerecce ed è tornato per un periodo di decompressione e riflessione in patria, dove è stato poi fulminato sulla via del Nebraska (di springsteeniana memoria) da uno dei più giovani (e abili, bisogna ammetterlo) guru del neofolk americano, Conor Oberst (aka sua eminenza Bright Eyes), silenzioso propiziatore della tardiva conversione del nostro alle ragioni di un folk fiabesco e sognate, ancorché appassionato, di cui questo “Falling Off…” è senz’altro fulgida testimonianza.
Il risultato è un dischetto che allinea una decina di episodi di folk pop nel complesso ben suonato, quasi sempre piacevole e canticchiabile, anche se a volte permeato da un’eccessiva (e a tratti artefatta) ingenuità e da un tono troppo compiaciutamene pastorale e sognatore, che in un passato non troppo lontano avremmo agevolmente inserito nel cosiddetto “New Acustic Movement”, tra un Badly Drawn Boy in dormiveglia e la ritrosia ben coltivata di un picnic all’aperto in compagnia di Turin Brakes e Kings Of Convenience, con i Travis più euforici a raccogliere fiori sulla sfondo.
Pezzi come “Galaxy Of The lost” o “Tell Me What It’s Worth” rispondono a suon di arpeggi tenui e orchestrazioni dall’alto tasso glicemico a quella deludente genìa di cantautori melensi e appiccicosi venuti alla ribalta nel mercato inglese e europeo negli ultimi tempi, come James Blunt, Paolo Nutini o James Morrison, sfoderando liriche sensibili e intelligenti, e qualche rasoiata (pop) di tutto rispetto, come il notevolissimo singolo “Midnight Surprise” (corredato per altro da un bel videoclip, come se ne facevano una volta), in cui Hynes dà sfoggio di un innato talento melodico e una vocalità assolutamente non banale.
Per il resto sembra di ascoltare i Bloc Party che rileggono in chiave acustica il repertorio più recente di Decemberists e Death Cab For Cutie (ascoltate “I could done this Myself” o “Dry Lips” che sembra un’outtake bella e buona di “A weekend In The City”), aprendo nel narcisismo patinato e invincibile di certe produzioni tipicamente indie una strada credibile alla debolezza e alla ipersensibile vulnerabilità di un giovane cuore ferito che si aggira per la metropoli postmoderna senza inizio né fine di un presente sempre più indecifrabile. Volessimo chiamarlo “emo folk” non sbaglieremmo poi di molto, forse…
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