Dopo più di un decennio sembra finalmente
che la scena musicale sia pronta per uscire dal
cono d'ombra che fu creato con perizia dal cosiddetto
post-rock: in quel calderone critico furono spedite
tutte - o quasi - le migliori intuizioni del decennio
creando una coperta di confusione difficile da
sollevare, e di fatto soffocando le band che venivano
accomunate al genere.
In questi ultimi due anni si è però
iniziata a farsi intravedere una controtendenza
la quale, abbandonati i manierismi e le velleità
intellettuali della parte più marcia del
post-rock, si rifà alla new wave, con grande
attenzione per gruppi storici quali i Pere Ubu,
i Wire e, nel versante "sintetico",
i Devo. In questo gruppo di nomi spiccano gli
El Guapo.
Il loro esordio su Dischord risale all'anno scorso,
quando diedero alle stampe "Super/System",
folle concentrato di esperienza new wave, schizzi
elettronici, frammenti rumorosi e attitudini indie
rock (vista la casa di produzione viene facile
tirar fuori il nome dei Fugazi di Guy Picciotto,
ma in fondo al loro suono si sentono riferimenti
anche ai Nation of Ulysses), destinato a passare
sotto silenzio nei rari casi in cui non è
stato pubblicamente - e scioccamente - dileggiato.
Questo "Fake French" dimostra fin dall'attacco
di "Glass House" di voler perseguire
strade lievemente diverse: un tappeto elettronico
ossessivo segue un tempo da marcetta militare
mentre le voci si rincorrono, anticipate da coretti
in falsetto. Nel bridge si percepisce chiaramente
l'idea base dell'album: far rivivere atmosfere
in perfetto stile synth-pop e farle interagire
con spaccati di indie rock. Tutto questo discorso
è amplificato nello splendido incedere
di "Just don't Know", creatura che sembra
partorita da un incrocio tra gli Human League
e Giorgio Moroder, e nella ballata tecnologica
"Space Tourist".
Questa ricerca mnemonica verso gli anni '80 fa
accomunare gli El Guapo ai Trans Am di Sebastian
Thompson, che nel loro ultimo "TA" hanno
intrapreso una sorta di viaggio nel tempo, immergendosi
nella musica plastificata di vent'anni fa. Eppure
questo non è perfettamente esatto per quanto
riguarda l'esperienza degli El Guapo: non si tratta
infatti di un semplice avvicinamento ad una stagione
musicale irrimediabilmente perduta, ma di una
fusione fra quelle sonorità e la tipica
tendenza avanguardista della band. Solo così
si può comprendere appieno un brano come
"Justin Destroyer", duetto vocale su
toni completamente sfalsati trascinato via da
un synth spaziale e da una batteria monotematica.
Dagli scherzi che avevano fatto la fortuna di
"Super/System" arrivano la stralunata
"I don't Care", voci filtrate su un
tema da vaudeville con la batteria a lavorare
sui piatti con grande perizia fino a formare la
figura surreale di un'orchestra in azione ad una
festa campestre per soli robot, e la conclusiva
"Hollywood Crew" dove si fanno largo
pianoforte e fisarmonica mentre il cantato acquista
una componente eterea, creando un delicato sottofondo
sonoro che cozza con le reiterazioni ossessive
della base ritmica. Arte del contrasto, dunque,
evidenziata anche nella tempesta indie di "Ocean
and Sky" e nell'elettronica minimale e angosciosa
della title-track.
Un album ottimo, questo degli El Guapo, nel quale
si può vedere la speranza di un futuro
che eluda da acritiche riproposizioni di passati
defunti e da "gruppi di secchioncelli con
vibrafoni" (per citare una definizione che
Sebastian Thompson mi diede durante un'intervista).
collegamenti su MusiKàl!
Pere Ubu - The
Modern Dance
Intervista
a Sebastian Thomson dei Trans Am
Fugazi - Argument