Una delle principali ed annose querelle nate
con il mestiere del critico è stata l’accusa
– mai velata, mai sotterranea, sempre esposta
e visibile – di affezionarsi a tal scrittore,
tal musicista, tal regista da perdere la concezione
primaria di critica e lasciarsi influenzare dal
proprio sentimento. E di fronte a questo la “società”
dei critici spesso si dimostra imbarazzata, impaurita,
quasi consenziente, desiderosa di dimostrare il
contrario. Come se nella ripetizione o nel percorso
di un artista non ci possano essere conferme ma
solo ed esclusivamente cocenti delusioni.
Fortunatamente chi non si pone determinati –
e infausti – paletti sa riconoscere la grandezza
laddove si mostri con una forte carica autoriale.
E’ questo il caso degli Xiu Xiu, passati
in due anni da debuttanti di classe a certezze
del rock contemporaneo. “Fabulous Muscles”
appare fin dai primi ascolti l’ennesimo
tassello di genialità posto da questo gruppo
di persone (difficilmente quantificabile, visto
che da album ad album il numero cresce come una
piccola famiglia), ed è un album profondamente
à la Xiu Xiu, riconoscibile in tutto, dal
suono alle tematiche. Il mondo instabile, confuso
e deteriorato mostrato con forza sia in “Knife
Play” che in “A
Promise” (meno in “Fag Patrol”,
resoconto intimo di Jamie Stewart, dolente e acustica
memoria di morte e desolazione, omaggio e amorevole
ricordo personale del padre) ritorna qui con,
se possibile, una lucentezza addirittura maggiore.
Quella che appariva precedentemente l’urgenza
principale della band, destrutturare il dark e
il post-punk attraverso pratiche d’avanguardia
ed elementi elettronici, in “Fabulous Muscles”
è la conclusione della ricerca, il punto
di arrivo. L’incipit da videogame di “Crank
Heart” si trasforma in deflagrazione pop
attraverso l’ossessività di un’elettronica
sporca e “I Luv the Valley Oh” è
uno degli omaggi più palesi alla scena
inglese dei primi anni ’80 (l’incedere
e l’uso melodrammatico della voce riportano
ai Joy Division di Ian Curtis), otre ad essere
il brano dove è più semplice riconoscere
le matrici rock e pop della loro musica. In fin
dei conti ciò che sorprende in questo lavoro
è proprio la cura della melodia, sempre
straziata e mai ovvia, ma non più sotterranea
come in passato, come dimostra in pieno l’esplosione
di “Brian the Vampire”.
Permane l’amore per un’acustica dolente
e disperata, qui riscontrabile nella title-track
– e quanto è forte l’opposizione
scarna e tremolante del brano ai “muscoli
favolosi” che stanno pervadendo gli Stati
Uniti in questi ultimi anni e che agognano assurgere
a simboli della contemporaneità –.
I riflessi orientaleggianti si fanno strada nell’incrocio
tra elettronica soffusa e acustica di “Clowne
Towne”, mentre l’avanguardia mantiene
la sua carica in brani come “Little Panda
McElroy”, “Nieces Pieces” e
soprattutto “Support Our Troops in Iraq
Oh!”, dove il mondo confuso di cui si faceva
cenno all’inizio mostra il suo volto più
crudele, avida macchina capitalista portatrice
di guerra, distruzione e depravazione, distruzione
del gentile e del melodico, violenta crasi di
urla, rumori, riverberi, sporcizie.
L’album si chiude sulla disperazione di
“Mike”, dove intuizioni classiche
sono devastate da rumori, batterie furiose, improvvise
comparsate di chitarra e tintinnii delicati, mentre
la voce, vero strumento aggiunto di questo ensemble,
mormora, dopo aver passato gli altri brani tra
cadenze alte e smozzicate espressioni intimidite.
Gli Xiu Xiu sono ostici, assolutamente con accondiscendenti,
coerenti sempre alla propria etica, da non sprecare.
Perché descrivono un mondo unico eppure
così verosimile, tragico eppure così
delicato, dolce eppure così scorbutico
e ansioso. La promessa che ci era stata fatta
appena un anno fa è stata rispettata, riuscendo
ad andare anche oltre le normali aspettative.
Chissà dove ci condurranno ora questi “figli
di film hongkonghesi”…
collegamenti su MusiKàl!
Xiu Xiu - A Promise
Joy Division - Unknown
Pleasures