Ci sono almeno due motivi per cui questa recensione
è inutile. Il primo: chi trepidava da otto
anni per il seguito di “1000 hurts”
si sarà buttato su “Excellent italian
greyhound” con una foga da fanatico già
al primo giorno di uscita. Il secondo: non c’è
granché di nuovo da dire sugli Shellac.
Loro non commentano l’ultimo nato, mentre
noi ascoltiamo e non troviamo molti spunti per
parlare nuovamente di loro.
Non è un bel segno? D’altra parte,
cosa resta da dire su una band che è diventata
quintessenza di un suono (quella chitarra rocciosa
e frantumata, la batteria in pieno viso, il basso
che è una pura psicosi esibita e frontale),
che si è fatta leggenda nell’assenza?
In questi otto anni, Steve Albini si è
dato da fare producendo dischi a chiunque, mentre
Bob Weston è rimasto a manipolare suoni
agli Electrical Audio e Todd Trainer si è
diviso tra il suo lavoro da magazziniere di vernici
e gli assalti alla batteria dei concerti assieme
a Scout Niblett; eppure, arrivati a un loro disco,
è come se tutto questo non fosse esistito.
Gli Shellac, ora più che mai, vivono dentro
una bolla di sapone: stanno bene lì, e
non sono poi così ansiosi di mettere il
naso fuori. È per questo che su “Excellent
italian greyhound” non si può dire
granché: stando così cocciutamente
attaccati al suono che loro stessi hanno creato,
non è rimasto niente di nuovo da dire.
Eppure, l’attacco è folgorante: “The
end of radio” gira ossessiva intorno a un
riff di tre note, mentre chitarra e batteria sembrano
cadere addosso l’una all’altra come
un ubriaco di precisione metronomica, e Albini
inscena un monologo teatrale, apocalittico, come
un dj che non parla più a nessuno, sempre
più disperato e solo.
Se c’è un po’ di autoironia,
è proprio qui, nell’urlo angosciato
di chi parla a una platea vuota, ma è solo
un attimo: “Steady as she goes” schizza
via velocissima e rocciosa, nichilista e compatta,
e poi via, tutto il resto in sequenza. Tutto preciso,
perfetto, con suoni eccezionali. Eppure, durante
l’ascolto, ti rendi conto di aver perso
interesse; ti riaccendi un secondo quando in “Genuine
lullabelle” la voce di Albini rimane nuda
per pochi, sgradevoli secondi, trovi perfino un
momento di quiete elettrica in “Paco”
(e ti attraversa un ricordo degli Shipping News
più densi) e chiudi facendoti calpestare
dalla batteria nel tiratissimo hardcore di “Spoke”.
È tutto qua. Ce lo potevamo aspettare,
ed è tutto come previsto. Non c’è
sorpresa, nel vinile di “Excellent italian
greyhound”. Vinile, sì, non cd: “This
record is meant to be listened on vynil”,
scrivevano gli Slint su “Tweez”. Erano
altri tempi. Tempi splendidi che si ostinano a
ritornare.
collegamenti su MusiKàl!
Shellac + Three Second Kiss - Concerto
al Nuovo Estragon (Bologna)
Slint - Concerto
all'Estragon (Bologna)
Slint - Spiderland