Che fossero stati dotati da madre natura di una
simpatia sopra la media si sapeva già;
che sapessero suonare meglio della maggioranza
dei colleghi, pure. Cosa mancava? In effetti nulla.
Questa splendida realtà della musica nostrana
non ha più nulla da dimostrare.
Ma, se è vero che il rischio sarebbe,
a questo punto, quello di adagiarsi nella routine
della fama ormai consolidata, i nostri eroi superano
d’un balzo anche questo scoglio: sfornano
un nuovo album (“Cicciput”)
senza veri cedimenti (per quanto riguarda l’eccessiva
durata, si tratta di un difetto collettivo dell’epoca
nostra), fanno ancora una volta scuola con i loro
video (la revérie di Mangoni, quotidiana
e dimessa, eppure così surreale nella sua
estraneità al contesto e raffinata nella
struttura a piano-sequenza), introducono novità
assolute nel campo della produzione e del commercio
discografici (la registrazione in presa diretta
di metà concerto, la masterizzazione in
tiratura limitata e la vendita immediata sul posto).
Insomma, a Elio e compagni la definizione di rock
demenziale inizia davvero a stringere: costituisce
un limite alla loro professionalità, una
delle più serie del panorama italiano.
Band dalla cultura multiforme, capace di veleggiare
con la più grande disinvoltura da un registro
all’altro, dal nobile al triviale e viceversa,
capace di svaccarsi in marcette beffarde come
di regalare momenti di vera epica emozionante
– su su, ammettiamolo, non sono forse epiche
“Born To Be Abramo”, “Shpalman”,
piena di pathos comico “Fossi figo”?
– Elio e le Storie Tese sono un vero catalizzatore
di materiali i più diversi: così
come le sinfonie di Gustav Mahler – con
il loro spirito citazionistico ed enciclopedico,
talvolta tenere e lievi come un bambino, talaltra
sardoniche come una marcia infernale o grandiose
e luminose come un’alba – accompagnarono
la musica classica nel XX secolo, così
il gruppo milanese ha contribuito grandemente
a traghettare il rock italiano nel nuovo millennio.
Eppure, come per Mahler così per i Nostri,
sarebbe davvero improprio parlare di pastiche:
coscienza critica, padronanza assoluta della tecnica,
amore antagonista per i predecessori, per i modelli.
Non è potuto sfuggire, anche questa sera,
come uccidere i padri sia davvero difficile: soprattutto
quando in realtà non se ne ha alcuna intenzione.
Ma i più grandi sono proprio quelli che
con i padri convivono, che, imparando da loro,
cercano di superarli: quelli che, mentre cantano
in stile punk che la fusion fa cagare o che il
jazz lo suonano in pochi e lo ascoltano in meno,
mescolano i generi e sfoderano micidiali tempi
dispari, suonano il flauto traverso ed eseguono
pezzi classici in chiave rock come in certa psichedelia
o prog anni settanta (grande Elio nella parte
di Figaro de “Il barbiere di Siviglia”).
Perché, in fin dei conti, ci vuole più
di un accordo per fare vera musica. E il rock
è musica.
Siparietti, imitazioni scherzose, punzecchiature
a Vasco (che ha suonato a Reggio l’8 settembre)
e al suo mega palco: una decina di brani, da “Gimmy
I.” a “Shpalman”, da “Fossi
figo” a “Born To Be Abramo”,
da “Servi della gleba” a “Cara
ti amo”: tutto secondo copione. Chapeau!
collegamenti su MusiKàl!
Elio e le storie tese - Cicciput
Elio e le storie tese - Made
in Japan - Live At Parco Capello
Elio e le storie tese - Elio
samaga hukapan kariyana turu