Conte, finalmente! In un’intervista di
qualche tempo fa l’Avvocato si diceva molto
più interessato all’arrangiamento
e alla revisione dei suoi vecchi standard rispetto
alla composizione di nuovi, facendo presagire,
dietro al baffo ironico e sornione, una senile
mancanza d’ispirazione: “…s’invecchia,
tutto o molto è già stato scritto…”.
La realtà si è rivelata piuttosto
vicina a queste parole: “Una
faccia in prestito”, ultima raccolta
di nuove canzoni, è datato 1995, mentre
“Razmataz”
(2000) mette in musica, anzi, in musical, un pluridecennale
progetto contiano legato a suoi disegni dall’ispirazione
anni ‘10/’20. Ben inteso, “Razmataz”
contiene gioielli musicali inestimabili, ma forse
la scelta dei testi in francese e inglese l’aveva
tenuto un po’ distante dallo zoccolo duro
dei fan.
L’uscita di “Elegia” è
quindi significativa per tre buoni motivi: l’ispirazione
sottilmente evocata è tornata, insieme
alla ripresa dell’italiano come mezzo espressivo
e, soprattutto, al ritorno a temi e atmosfere
tipiche del primo Conte. Quest’ultimo fattore
è quello che colpisce e interessa maggiormente,
vista la piega decisamente “big orchestra
jazz” che aveva caratterizzato il succitato
“Una faccia in prestito” e lo straordinario
“900”, per non
parlare delle espressioni altamente alla Glenn
Miller/Duke Ellington immesse a piene mani nelle
tournée degli ultimi 15 anni.
A Conte insomma è tornata voglia di Mocambo,
di aggiungere un altro tassello a quella lunga
storia di un barista alle prese con una vita precaria,
donne precarie, curatori fallimentari precari…
“La nostalgia del Mocambo” ritira
fuori quelli “del ‘73”, i tiratardi,
gli “amici miei” che sembrano appartenere
a un’epoca lontanissima, dove la crisi bussava
già alle porte degli italiani con l’Austerity
ma dove le donne e gli uomini avevano una vitalità
oggi perduta, forse figlia di mille sofferenze,
forse solo mito che si staglia ormai nelle nebbie
del tempo.
“Elegia” è un album sobrio,
di riservata malinconia, fatto di arrangiamenti
finissimi, appena accennati, schizzi impressionisti
che domandano di essere ascoltati più volte:
decifrare per essere soggiogati dal piacere, un
baratto alquanto allettante. Il tempo sembra immobilizzarsi
nello straniamento scarno e rarefatto di “Chissà”,
“Molto lontano”, “Sonno elefante”,
perle del corpo centrale dell’opera. Qua
e là spuntano strumenti quasi desueti,
come il fagotto e il corno francese, i cui assolo
paiono risucchiare questa immobilità per
portarla in luoghi remoti, sconosciuti, non si
sa, “Chissà”…
Si riascolta Conte cantare su toni alti, quasi
declamatori, ai confini del fuori registro: “Sandwich
man” è grottescamente sublime, ritmo
sostenuto, a metà tra un “Azzurro”
e una “Topolino amaranto”. Erano davvero
anni che l’astigiano non produceva una canzone
potenzialmente da classifica: se la cantasse Celentano
non avrei dubbi sul suo successo.
Esemplari di un ritorno alle origini del cantautore
piemontese sono le tracce che aprono e chiudono
il disco. “Elegia” è un classico,
piano e voce, qualche spruzzata di sax, un violoncello
che fa da contraltare vagamente romantico alla
voce rugginosa dell’interprete. “La
vecchia giacca nuova” è l’episodio
finale, la ciliegina sulla torta, canzone dallo
svolgersi semplice e buffo, una filastrocca geniale
che disegna un ritratto spietato e disincantato
di come la gente veda solo quello che vuol vedere,
di come si è tutti racchiusi in pochi infimi
codici e di quanto sia difficile, per non dire
impossibile, uscirne. I due minuti e trentaquattro
secondi de “La vecchia giacca nuova”
sono la somma creazione di un sarto imperiale,
che con il suo vestito di parole e note evoca
in un colpo solo i flaneur di Baudelaire, l’incomunicabilità
espressa dalla Nouvelle Vague e da Ingmar Bergman,
la feroce e tragica “Dolce vita” di
Fellini.
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Paolo Conte - la Kalporzgrafia