La verità su Elliott Smith e sulla tragedia
della sua morte è che noi non sappiamo
nulla. Come ha scritto Philip Roth: "Perché
le cose vanno come vanno? Cosa? Tutto ciò
che sta sotto l'anarchia del corso degli avvenimenti,
le incertezze, i contrattempi, il disaccordo,
le traumatiche irregolarità che caratterizzano
le vicende umane? Nessuno sa". Siamo impotenti
di fronte a quello che è successo e tutto
quello che conosciamo di Elliott Smith è
la sua musica.
Le sue canzoni dolorose e profonde come ferite
ancora aperte sono state il tentativo di spiegarci
il suo disagio e la sua sofferenza. È stato
questo modo di spogliarsi e di scrivere brani
che raccontassero davvero le proprie inquietudini
che ha reso Elliott Smith uno degli autori di
canzoni più grandi, forse il più
grande in assoluto, della sua generazione.
Ha saputo scavare nei propri demoni, nella propria
solitudine senza alcun timore, con una leggerezza
che è diventata il suo tratto distintivo.
Se le sue canzoni hanno un'impronta classica,
le melodie nitide che riportano alla mente Bealtes
e Elvis Costello, ma anche i momenti intimi di
Nick Drake
e Gram Parson, nella sua musica e nelle sue parole
c'è sempre questa sensazione di fragilità
che ti lascia disarmato.
In "Either/Or", che è il suo
disco più bello perché è
essenziale, intenso e pieno zeppo di canzoni immense,
Elliott Smith canta la sua solitudine, il disagio
di non riuscire a essere quello che si desidera,
la sua vita. In " Ballad of Big Nothing",
una splendida ballata ruvida ed energica, canta
"Puoi fare quello che vuoi ogni volta che
ne hai voglia, anche se non significa nulla, un
bel nulla" e in "Alameda", canzone
accorata e malinconica, sussurra "Nessuno
ti ha spezzato il cuore/ Te lo sei spezzato tu
stesso perché non puoi finire quello che
inizi".
C'è questa drammaticità nei suoi
brani, ma nessuna enfasi. Le sue canzoni sono
toccanti e profonde proprio perché riescono
a spiegare l'essenza di questo disagio con una
crudezza, una semplicità che ricordano
i migliori autori di novelle americani da Hemingway
a Carver fino a Tobias Wolfe. Ecco perché
Gus Van Sant ha scelto alcuni brani di questo
disco per costruire la colonna sonora del suo
"Good Will Hunting", un film vicino
alla poetica di Elliott Smith. Perché le
sue ballate scarne sono cantate con un filo di
voce e raccontano storie amare.
"Between the Bars" due minuti a cuore
aperto che iniziano con i versi "Bevi tesoro,
stai sveglio tutta la notte, con le cose che avresti
potuto fare, non farai ma potresti", è
un ritratto crudo e toccante di sogni che si infrangono.
Gli stessi arpeggi di chitarra acustica accompagnano
le atmosfere notturne di "Angeles" e
"2:45 AM", brani tanto belli quanto
pieni di inquietudini. Questa stessa sensazione
di disagio affiora anche nei brani più
veloci e melodici, quelli in cui le armonie prendono
il sopravvento. Piccoli gioielli usciti dalla
penna del musicista americano come "Speed
Trials", l'incedere sicuro di "Rose
Parade" e la melodia delicata di "Punch
and Judy".
Dodici brani in tutto, che Elliott Smith compone
e suona tutto da solo, capaci di esprimere dolore
e rabbia con una grazia immensa, come solo i grandissimi
artisti riescono a fare.
Ecco perché ci mancherà.
collegamenti su MusiKàl!
Elliott Smith - Figure
8
Beatles - la
Kalporzgrafia
Nick Drake - la
Kalporzgrafia