La
suggestiva cornice dei Magazzini, metà capannone
e metà "spazio da musica" attrezzato,
si adatta benissimo ai nuovi eels, orientati ad
un rock essenziale e dalle sonorità persino
grezze. Assai differenti, quindi, dal blues-rock
sperimentale e dalle sonorità ricercate che
avevano caratterizzato i loro ultimi lavori, "Elec-tro-shock
blues" e "Daisies of the Galaxy",
o il live orchestrale "Oh what a beautiful
morning". Qui si suona soprattutto dall'ultimo
"Souljacker", fatto di rock ibrido ma
anche di rabbia e di sacro fuoco r'n'r, di quella
brutalità che evoca quella del "ladro
di anime" che dà appunto il titolo all'album.
Ecco dunque la nuova veste degli eels: due membri
relativamente nuovi (il chitarrista John Parish,
già con PJ Harvey, e il virtuoso bassista/chitarrista/tastierista
Adam Spiegel) e la vera anima della band, il duo
Butch (Jonatan Norton) ed E (Mark Oliver Everett),
rispettivamente batterista e vocalist - ma all'occorrenza
traffica con chitarra e organo. Nuova pelle, si
diceva. Dimenticatevi il look stranito e un po'
freak esibito dalla band fino ad oggi, e guardateli
ora: Butch un inquietante ibrido tra un cowboy ed
uno skinhead, Spiegel che si fa tutto il concer-to
con una calza sul volto a mo' di rapinatore, Parish
un benzinaio dallo sguardo un po' folle, ed infine
E, barba lunga, occhiali scuri, berretto di lana
e tuta da lavoro, che forza continuamente la voce,
rauca e acida come non mai. Guardate ora il pubblico:
pochi aficionados, qualche curioso, molti rampolli
della Milano da bere che sarebbero meno fuori luogo
nella savana tanzanese. L'atmosfera ne risentirà,
peccato; fosse solo per i quattro loschi figuri
sul palco, il concerto sarebbe un'ininterrotta scarica
di adrenalina. Partono con una "Dog faced boy"
impostata su un riff di grande potenza e terribilmente
distorto. In acido. E' un rock obliquo, forte ma
mai puro, quello che ci servono gli eels: "Fresh
feeling" e "That's not really funny"
perdono l'aria svagata dell'album, e dalle rarefatte
atmosfere orchestrali passano ad un tappeto di suoni
distorti, un po' ubriachi, in continua lotta con
un drumming serrato e potente. Anche la lettura
di brani meno recenti non delude: "Daisies
of the Galaxy" e "Climbing to the moon"
sono magiche, ballate un po' sognanti inter-vallate
da assoli e riff vigorosi. "Souljacker part
I", eseguita due volte in rapida successione
("just because today is sunday we're not going
to miss a double dose", ridacchia E), è
compatta e un po' allucinata. "Word of shit"
e "What is this note" rappresentano invece
la faccia più ringhiosa e sarcastica dei
nuovi eels, un rock che puzza di benzene e adrenalina.
Il concerto fila via rapido, teso, mai più
di trenta secondi tra una canzone e l'altra, e in
un'ora e venti siamo già ai bis. Poca voglia
di lavorare? Scarso feeling col pubblico? Più
probabile la seconda, visto l'atteggiamento eloquente
della band. E' scoraggiante vedere un pubblico applaudire
educatamente a "Mr. E's beautiful blues",
che ha l'esplosiva genialità dei pezzi di
Beck, oppure squagliarsela rapidissimo alla prima
uscita del gruppo dal palco. Le Mercedes posteggiate
in doppia fila, evidentemente, non possono aspettare.
Noialtri si rimane quindi con un po' di amaro in
bocca, non tanto per la musica, che rende meglio
live di quanto non faccia in studio, quanto piuttosto
per l'atmosfera un po' tradita: il tentativo degli
eels, in questo tour, sembra proprio essere quello
di coinvolgere di forza il pubblico all'interno
del loro immaginario, di provocare una reazione
emotiva decisa. Le liriche inquietanti di E, le
continue ibridazioni musicali, l'immaginario che
per-vade l'ultimo disco, tutto questo ha trovato
nell'esibizione live una solida ragion d'essere
e una fisicità entu-siasmante. Sarà
per la prossima volta, allora..