Di fronte agli universali cori di lodi riservati
al quinto disco in studio di Carmen Consoli, "L'eccezione",
si sarebbe quasi tentati di parlarne male, rispolverando
un certo gusto da alternativo intransigente per
lo sparare a zero su un'artista di successo; il
problema è che, davanti a queste dodici
canzoni, trovare un appiglio per qualche critica
è davvero molto, molto complicato.
Di fronte ai riconoscimenti piovuti da ogni parte
per "Stato di necessità" (quello
sì, pretenzioso e malriuscito), Carmen
ha avuto l'umiltà necessaria per sfuggire
alle lusinghe e per concentrarsi sulla musica,
ampliando notevolmente la gamma dei suoi ascolti
e dedicandosi alla ricerca di soluzioni per lei
inedite.
È così che nasce "L'eccezione",
da un profondo amore per la musica, sia questa
la canzone d'autore degli anni '60 o le soffici
armonie dei Tropicalisti, sia il jazz che l'indie
rock: tutte influenze che vivono fianco a fianco
nei quadretti intimi di questo disco, generando
un risultato d'insieme magicamente omogeneo e
personale.
"L'eccezione" faticherà a farsi
amare da subito da chi, come me, è ancora
innamorato del rock emozionale di "Confusa
e felice" e dei nervi scoperti di "Mediamente
isterica", ma crescerà inesorabile
ascolto dopo ascolto: impossibile non lasciarsi
coinvolgere dal tenue acquerello di "Pioggia
d'aprile", dalle storie tragicomiche siciliane
raccontate con ironia in "Fiori d'arancio"
e in "Masino" (peccato solo che Carmen
rovini la musicalità del dialetto con un'odiosa
voce distorta), dalla raffinatezza della title-track,
piacevole tormentone radiofonico, e della struggente
"Moderato in re minore".
Sia chiaro: chi non ha mai sopportato la cantante
siciliana e la sua inflessione vocale inconfondibile
non cambierà idea dopo aver ascoltato "L'eccezione",
ma questo non toglie che il disco contenga alcune
delle più belle canzoni mai uscite dalla
penna di Carmen Consoli. Solo "Matilde odiava
i gatti" appare come una concessione all'antica
furia, ma la sensualità disillusa del clarinetto
che sigilla "Mulini a vento" e la malinconica
bossanova di "Uva acerba" (un addio,
una foto in bianco e nero, un rimpianto: "Troverai
qualcun'altra a cui chiedere/ "Portami vicino
al mare" ") sanno emozionare e commuovere
come poche altre cose ascoltate quest'anno, così
come lo splendido strumentale jazzato che chiude
l'album.
Gran disco, forse il migliore della carriera
di Carmen. Speriamo solo che il successo, sempre
più grande (e, va detto, meritato), non
si mangi il suo talento
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