Un suono di fuochi artificiali lontani, o forse
solo il rumore, leggero come un sospiro, di una
puntina del giradischi che si appoggia sul vinile,
apre un disco bellissimo, per il quale è
davvero difficile trovare definizioni: vogliamo
rifugiarci dentro il termine psichedelia, per
parlare di questo secondo disco dei Lecrevisse?
Potremmo, certo, ma non basterebbe a definire
un suono mutevole, ricco, trascinato da improvvisazioni
imprevedibili e da una fantasia che certo non
è comune a molti.
Già il pezzo iniziale ci introduce in
un ambiente onirico, mentre una voce stenta, e
racconta di una storia che finisce, tema che ricorre
in molte delle canzoni dell’album; subito
dopo il cambio di atmosfere è netto e strabiliante:
è “Fleurette”, un brano totalmente
folle e violento, le chitarre lottano con il violino,
la musica si arresta per poi ripartire di nuovo,
volutamente senza direzione. Si sente un’eco
dei dEUS, si
sentono i migliori Motorpsycho,
ma quella che i Lecrevisse creano è qualcosa
che appartiene completamente a loro.
Pieno e vuoto, crescendo impetuosi, arresti improvvisi
e ripartenze, una voce duttile e parole mai banali:
è tutto questo che rende “(due.)”
un album tanto riuscito, e “Origami”
è uno degli esempi migliori: dalla quiete
di una chitarra acustica e del glockenspiel nasce
un’alternarsi di stasi e violenza semplicemente
da brividi. Pura estasi psichedelica in quello
che appare il vero cuore dell’album, i dodici
minuti di “NGC 287”: tensione che
cresce inesorabile, accompagnata dal theremin
e dalle chitarre, ma il suono finisce per implodere
nelle note sognanti del glockenspiel, ed è
come vedere mille fiori che si aprono alla fine
una tempesta.
Le canzoni successive si staccano nuovamente
da una formula univoca: troviamo subito una chitarra
acustica e il violino a disegnare una melodia
bellissima e disturbata da discorsi vuoti e confusi
in sottofondo (“Di ieri”); il grunge
tocca la psichedelia durante “Spleen # 22”
(in realtà il pezzo meno riuscito della
raccolta, nonostante un testo splendido); lo strumentale
“Divertissement”, che recupera umorali
atmosfere dei primi Portishead, intrecciandole
ad una tromba alla Chet Baker.
Chiude tutto questo una lisergica e meravigliosa
cover di un classico, che mai avremmo sognato
di sentire così: “Com’è
profondo il mare” di Lucio Dalla; una canzone
difficile, dalla quale i Lecrevisse estraggono
succo acido e inquieto, regalando una vera perla.
Insomma, “(due.)” è un disco
traboccante di fantasia e di idee. Una sorpresa
davvero incantevole.
collegamenti su MusiKàl!
Lecrevisse - Concerto
al Calamita (RE)
dEUS - le
recensioni
Motorpsycho - le
recensioni