Polly Harvey
ha solo 22 anni quando si fa conoscere al mondo
come leader di un trio che porta il suo nome,
e impiega pochissimo tempo per diventare la nuova
dea del rock al femminile.
Educata all'arte e al rock da genitori cresciuti
con Bob Dylan,
Captain Beefheart e il blues, Polly assimila tutto
questo e lo mischia secondo i canoni (anti)estetici
del post-punk: il risultato è "Dry".
Racconta: " Ho dei complessi circa il mio
corpo
mi piace umiliarmi e far sentire
l'ascoltatore scomodo come mi sento io".
E' il corpo, la sua inadeguatezza ma anche la
sua sensualità acerba, il tema attorno
al quale ruota tutto il disco. Ciò che
sorprende maggiormente è la capacità
di Polly di mettersi a nudo senza imbarazzo, di
scavare all'interno delle sue sensazioni per riversarle
su chi ascolta in modo assolutamente diretto.
La bellezza dei testi fa gridare al miracolo:
vere e proprie poesie, esplicite e schiette ma
anche intrise di riferimenti simbolici, al mito
e alla Bibbia.
Il disco parte con "Oh my lover", un
sussurro di un'amante, la tensione che cresce
seguendo i pochi accordi di una chitarra ricca
di seduzioni blues. "O Stella" è
un contrasto continuo: una specie di melodia cerca
di farsi largo, ma viene soffocata dai continui
assalti dell'elettrica e da una voce incredibilmente
viscerale. Non c'è un attimo di tregua:
arriva "Dress", una storia originalissima
sull'inadeguatezza del corpo, la scelta di un
vestito che sfocia in uno psicodramma, mentre
il trio si accanisce su chitarra, batteria e violino
con splendida violenza. "Victory" riporta
ai toni enfatici di Patti Smith, unico vero paragone
possibile. "Happy and bleeding" è
il cuore dell'album, il ricordo della perdita
della verginità adagiato su un bellissimo
blues ("Fico, frutto, fiore, io sottosopra
per te/ io sono felice e sanguinante per te").
"Sheela-na-gig" riporta l'eterna lotta
uomo/donna su uno sfondo mitologico: l'uomo rifiuta
la sensualità della donna, giudicandola
sporca, ma lei non si sottomette, non più
("devo lavare via quest'uomo dai miei capelli/
dietro l'angolo ce n'è subito un altro").
L'uomo viene di nuovo ridicolizzato da "Hair",
adattamento rock della vicenda biblica di Sansone
e Dalila.
"Joe" è un'incursione selvaggia
nel post-punk più violento che introduce
l'ultima parte del disco, dove la rabbia ed il
sarcasmo lasciano il posto alla disillusione:
"Plants and rags" è l'unico momento
acustico, un lamento composto e straziante, gli
archi coprono le parole secche e bellissime di
Polly. Al centro di "Fountain" c'è
ancora un uomo, che seduce e abbandona, e non
lascia niente ("sulla collina attendo il
vento"). La catarsi (o il suicidio?) di "Water"
chiude un album estremo e pieno di pathos, il
primo atto della carriera di un'artista che forse
non è mai più stata capace di regalarci
niente di altrettanto splendido. Imperdibile.
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