Bellezza soffocata. Respiro che si blocca in
gola e che non esce, non può uscire. Anche
se fingessimo di non sapere cosa è successo
negli ultimi mesi a chi ha scritto queste canzoni,
è fin troppo chiaro che “Drums and
guns” è figlio di una crisi depressiva:
in questi quarantun minuti è l’aria
che viene a mancare, tutto sembra non voler essere
avvicinato. I Low non sono mai stati una band
solare, anzi; ma il loro respiro lentissimo e
le atmosfere cupe avevano sempre, da qualche parte,
un briciolo di luce che “Drums and guns”,
invece, non ha: ti respinge a lungo, fino ad aprirsi
all’improvviso per rivelare una bellezza
glaciale, desolata, sfinita (come nella splendida
“Belarus”, cori che si rincorrono
su battiti digitali sfuggiti ad “Amnesiac”,
il basso che pulsa lento, un violino trasparente
e l’incatevole salto d’ottava di Mimi
Parker nel ritornello).
Qui non ci sono né i vuoti di “Trust”
né i pieni di “The
great destroyer”, ma un pulsare minimo,
sintetico, con le voci che si attorcigliano su
se stesse, le ritmiche che incespicano a volume
minimo, ossessive, mentre bordoni di synth danzano
tutt’intorno. Pur essendo l’album
in cui i Low hanno ampliato la loro strumentazione
a drum machines e pianoforti, “Drums and
guns” suona ancora più asciutto del
solito: “Breaker” vive solo di un
battimani, qualche nota di organo e di sparuti
bleep, il gospel di “Your poison”
cresce percussivamente e si spegne in poco più
di un minuto, “In silence” vibra di
rintocchi sinistri e di un pianoforte spaurito.
Non è un album facile, né rassicurante,
questo, lo avrete capito; basta già il
canto funebre e tribale dell’iniziale “Pretty
people” a chiarire il passo, e non serve
che “Hatchet” tenti di strappare un
sorriso chiamando in causa la lotta eterna tra
Beatles e
Stones:
“Drums and guns” è ossessionato
dalla violenza e dalla morte, in ogni suo attimo.
Ne è esempio la splendida “Murderer”,
con quel drone di chitarra (ecco dove torna il
ricordo del “Solo guitar” di Alan
Sparhawk dello scorso anno, tutt’altro che
un esperimento) e un call and response
da blues postatomico: “Ancora una cosa prima
che me ne vada / ancora una cosa ti chiedo, Dio
/ potresti aver bisogno di un assassino / qualcuno
che faccia il tuo lavoro sporco / non fingere
di essere innocente”.
Tra una propria dolente pyramid song (il
pianoforte in minore di “Take your time”)
e complessità ritmiche che non avevano
mai avuto (“Always fade”), i Low continuano
a cercare la strada verso la redenzione attraverso
la musica. E seguirli è un compito doloroso
e difficile.
collegamenti su MusiKàl!
Low - The
Great Destroyer
Low - Trust
Low - Things
We Lost In The Fire
Low - Concerto all'Estragon
(BO)
Beatles - la Kalporzgrafia
Rolling Stones - le
recensioni
Radiohead - la Kalporzgrafia