Cera un tempo in cui laria non si
era ancora oscurata, intorno alla testa di Nina
Nastasia: un tempo in cui gli animali erano semplici
cani, e non scheletri di bestie estinte lanciate
in uninutile fuga come nella copertina dellultimo
Run to ruin. Un tempo, insomma, in
cui il suo volto severo, quasi vittoriano, sapeva
sorridere.
Cosa sia successo dopo questo Dogs,
non è dato sapere: le sue canzoni si sono
fatte più scheletriche, tese, quasi involute,
negandosi una qualsiasi piacevolezza. La ristampa
del primo disco di Nina Nastasia risuona come
una grande sorpresa, e getta un po di luce
sulla sua musica: una bruma folk leggera, rilassata,
una malinconia più dolce.
È soprattutto liniziale Dear
Rose a lasciare senza fiato: larpeggio
gentile, una voce limpida, parole sussurrate mentre
si va via, come un biglietto daddio abbandonato
sul tavolo della colazione. Da lì in poi,
luniverso sonoro di queste canzoni si arricchisce
di colori e di strumenti: il contrabbasso che
sorregge Oblivion, gli archi che accompagnano
una Judys in the sandbox che
sarebbe piaciuta molto a Suzanne Vega, lincedere
ritmico scanzonato e lesplosione sottile
del ritornello di Underground, la
straniante A love song, memore di
Fiona Apple
e con parole magnifiche (Fai uscire il cane
dalla collina
vuole leccare la luna
cielo
pigro, le tue stelle sembrano stanche
continua
a farmi risplendere), con uno strano vento
analogico ad accompagnare la chitarra
Siamo a metà della corsa, e già
pensi che Nina Nastasia fosse una delle voci più
talentuose del nuovo folk; poi, però, la
musica prende direzioni inattese, forse più
influenzata dalla produzione di Steve Albini,
e qualcosa si interrompe: una Smiley
improntata su chitarra e accordion, talmente malinconica
che avrebbe potuto cantarla un Pierrot; Roadkill,
che la fa sembrare una Joni Mitchell sedotta dal
noise; gli strappi darchi un po sopra
le righe di Jimmys rose tattoo.
Il suono si fa più melodrammatico sul finale,
e anche la voce si appesantisce su accenti che
non le appartengono, come in The long walk.
Correva lanno 2000, e Nina Nastasia creava
il suo disco più bello. Da quel momento
in poi, almeno nelle sue canzoni, smetterà
di sorridere.
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