PINK FLOYD - The Division Bell (EMI, 1994)
di Andrea Presciuttini
Nel 1994 i Pink Floyd tornano sul campo con un nuovo disco. Della formazione originaria sono rimasti in tre, Dave Gilmour che dopo l'abbandono di Waters è rimasto il leader indiscusso del gruppo, Nick Mason e Rick Wright, finalmente ritornato a pieno titolo a far parte del 'nocciolo duro' (latitava ed orbitava a distanza dai tempi di "The Wall"). I tre si circondano di talentuosi collaboratori, tra cui i membri della band collaudata in occasione del precedente tour di fine anni '80, più qualche vecchia guardia come Dick Parry, il mitico sassofonista di "Dark Side Of The Moon" (avete presente l'assolo di sax in "Money"?) e "Shine On You Crazy Diamon".
Il risultato? Imbarazzante. O meglio, imbarazzante
per chi ha amato i Pink Floyd degli album storici,
e che magari è riuscito a trovare gradevoli
anche alcuni passaggi del precedente "A
Momentary Lapse Of Reason", ma che ascoltando
questo nuovo disco viene assalito molto presto
dalla triste e pesante sensazione di averlo già
sentito e strasentito. Ed è un peccato,
perché invece chi ignora i dischi precedenti
avrà potuto apprezzare i suoni perfetti
e pulitissimi di "The Division Bell",
si sarà entusiasmato per i virtuosismi
di Gilmour in "Marooned", sarà
rimasto affascinato dalla rumoristica in apertura
del disco subito seguita da atmosfere avvolgenti
e suadenti assolini di chitarra (ma basta!), avrà
amato la voce ruvida di Gilmour e le aperture
corali in "What Do You Want From Me",
e la sognante chitarra ritmica con delay di "Take
It Back", eccetera eccetera: questo disco
non è altro che un rimescolamento di carte
prese dai mazzi di "The Dark Side Of The
Moon" e "Wish
You Were Here", più qualcosina
forse ripescato da "Meddle"
e "The Wall". Le carte scelte sono buone,
e chi non le ha mai viste prima riesce come ho
detto a godersi uno spettacolo apparentemente
interessante, ma così facendo i Pink Floyd
hanno confermato ancora e a maggior ragione di
non avere avuto più nulla da dire dopo
il 1979, anno della pubblicazione di "The
Wall", a (solo) dodici anni dal loro esordio
(ma ben quindici anni prima del disco di cui vi
sto parlando, forse un po' troppi).
Nessuna idea nuova quindi neanche a cercarla con il lanternino, ma qualche pezzo di fattura piuttosto pregevole forse c'è: "Poles Apart" (canzone fascinosa, anche se si continua a parlare del "golden boy" che si è perso per strada, che sia forse Barrett? BASTA!), "A Great Day For Freedom" e "Take It Back" (composizioni di una certa intensità), e la cupa "High Hopes" - forse l'unico brano frutto di un qualche timido germoglio di ispirazione, che stenta a spuntare dalla gelida tundra circostante, anche se ricorda un po' altri episodi Gilmouriani come "Sorrow".
Insomma, i Pink Floyd ci hanno provato ancora, ma il risultato dei loro sforzi è stato troppo prevedibile. David Gilmour, probabilmente uno degli uomini più ricchi dell'universo, poteva permettersi di fare qualunque cosa, e ha scelto la tradizione, la ripetizione. E pensare che un tempo erano un gruppo all'avanguardia.
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