Premettiamo col dire che chi non sopporta Bright
Eyes dovrebbe stare decisamente alla larga da
questa roba. Il suo modo di cantare – emotivo
in maniera quasi irritante – può
essere odiato. Ed ecco quindi che nell’intro
di "Time Code" arrivano i suoi sospiri.
Roba da mandare in travaso di bile anche il più
paziente e mentalmente aperto dei detrattori del
ragazzino americano. Quasi per assurdo, nel momento
in cui Conor Oberst si allontana dal consolidato
folk alla Bright Eyes, sforna uno dei dischi
più Bright Eyes della sua folta discografia.
C’è l’autocompiacimento, l’autocommiserazione,
il pessimismo catastrofico degno delle sue radici
emo (si insomma, roba tipo I hate myself and I
want to die e blah blah blah) e l’impressionante
lirismo, la disarmante onestà e l’affascinante
fragilità. Tutto quello che avreste sempre
voluto sapere su Conor Oberst ma che non avete
mai avuto il coraggio di chiedere quindi, nel
meglio e nel peggio. Poco importa che la musica
sia quanto di più distante da quanto sempre
fatto dall’imbronciato americano. La cosa
curiosa è che qualcuno l’ha addirittura
definita sperimentale, quando invece si tratta
di semplici base di rock elettronico che non aggiungono
nulla e anzi, riprendo in maniera quantomeno pedissequa
il repertorio di gruppi come Notwist e Postal
Service. Del resto, anche Hitchcock ha fatto il
suo film più hitchcockiano – “Psycho”
– nel momento in cui si è più
allontanato dai suoi stilemi.
Forse non il suo migliore lavoro, ma sicuramente
un importante pilastro per la sua vicenda musicale.
Da ascoltare a cuore aperto per farsi dilaniare
dai suoi dolori. Come sempre ma mai con questa
forza.
collegamenti su MusiKàl!
Bright Eyes - I'm
Wide Awake, It's Morning
Notwist - Neon
Golden