Il Brit-Pop è stato, nel suo asimmetrico
sviluppo critico, uno dei simboli musicali più
facilmente circoscrivibili e marcati degli anni
novanta. E questo fin dalla sua stessa, indistinguibile
definizione: questa crasi sloganistica che mantiene
al suo interno la connotazione geografica e quella
più peculiarmente sonora segnerà
un solco profondo nello sviluppo successivo della
musica leggera. Ma se il gossip musicale e il
divismo si interesseranno particolarmente del
dualismo creato dagli Oasis e dai Blur
(del tutto insignificante, vista l’abnorme
statura musicale sbilanciata a favore di Damon
Albarn e soci), il vertice stilistico di questa
corrente del pop viene raggiunto con ogni probabilità
dai Pulp.
Quando la band, capitanata da Jarvis Cocker,
lancia sul mercato “Different Class”
è tutt’altro che sconosciuta: il
suo nome circola negli ambienti musicali da più
di dieci anni, e le direttive sonore sono identificabili
in una ricerca ossessiva della miscela tra elementi
teatrali (nei quali si riflette la forte carica
interpretativa di Cocker) e atmosfere tendenti
al sussurro, al singulto e all’intimismo
esasperato. Nulla che sia memorabile, a conti
fatti: la svolta sonora avviene con “His’n’Hers”,
di un anno precedente a "Different Class".
Qui si iniziano a sentire i riferimenti al glam,
e la componente teatrale assume il valore di rilettura
critica e ironica (a tratti quasi goliardica)
dell’ideale romantico ottocentesco.
E proprio in “Different Class” questi
elementi deflagrano in tutta la loro possanza,
una sorta di caduta nel Maelstrom che rigenera
e distrugge: “We Just Want the Right to
be Different”, questo il concetto sintetizzato
nelle note di copertina, e raramente il messaggio
è stato capace di arrivare con tanta chiarezza
e forza all’ascolto dei brani. “Mis-Shapes”,
brano deputato ad aprire la kermesse musicale,
si basa su un crescendo ritmato come se si trattasse
di una marcetta militare prima dell’esplosione
spaziale degli strumenti che trascinano in un
ritornello ansiogeno e caparbio; e proprio l’arte
del ritornello, una delle più difficili
da non banalizzare, trova in questo lavoro uno
sfogo strabiliante. Come non ricordare il languido
refrain che accompagna la sussurrante carezza
di “Pencil Skirt” o quello di “Live
Bed Show”?
Per il resto l’album presenta una collezione
rara di pezzi imperdibili: innanzitutto “Common
People”, studio certosino del crescendo
musicale capace di svilupparsi su una trama leggerissima,
dettata dai rintocchi del sintetizzatore che acuiscono
il senso della sezione ritmica. La musica acquista
frammento per frammento consistenza, rabbia, violenza,
pathos e con essa acquista gli stessi valori la
voce capace di passare dal recitato iniziale alla
frenesia più totale, nel quale le velate
ipotesi glam diventano finalmente palpabili. “I
Spy” nasce in un contesto carico di pathos
orchestrale che ricorda alcuni passaggi di Morricone
prima che l’atmosfera sveli rimasugli anni
‘80, memorie di Brian Ferry, contrasti chitarristici,
stasi narrate, una batteria ossessiva, una lingua
aspra e mai accondiscendente.
Disco 2000” è l’apoteosi del
pop più puro, trascinante, ballabile, estremamente
seducente, con un ritornello al quale è
letteralmente impossibile resistere, "F.E.E.L.I.N.G.C.A.L.L.E.D.L.O.V.E.”
è il brano che sembra maggiormente staccarsi
dall’ideale pop alla base del progetto per
avvicinarsi alle ipotesi di reiterazione e stasi
che popolano il regno sotterraneo della musica
moderna e contemporanea, salvo poi dimostrare
di saper ricondurre anche questa deriva sonora
ad un discorso estremamente personale.
Restano da annotare “Underwear”,
ovvero la perfetta messa in musica della concezione
di romanticismo degli anni ‘90, e “Bar
Italia” che chiude l’album ribadendo
l’assoluta padronanza della melodia e dell’emotività
raggiunta dalla band. Si è parlato spesso
di rinascita del glam: gli unici a potersi realmente
fregiare di questa intuizione sono i Pulp, e proprio
per la loro capacità di non risultare mai
pedissequi. All’interno della loro musica
si intuiscono il languore di Bowie, l’estetismo
dei Roxy Music, il cabarettismo brechtiano degli
Sparks, l’epica orchestrale e la libertà
linguistica proprie degli esponenti del glam,
ma è impossibile non intuire come tutto
questo sia in realtà riscritto in un’ottica
talmente personale da risultare unica. E strabiliante.
collegamenti su MusiKàl!
Pulp - We Love
Life
Blur - la Kalporzgrafia