Esiste un momento, nella vita di ognuno di noi,
in cui si sente netto e inconfondibile il contatto
con la divinità. Non è necessario
essere credenti o meno, non è necessaria
una fede specifica; questione di suggestione,
si dirà, ed è certo questa la soluzione
più plausibile. Resta il fatto che, per
un istante, ci sentiamo capaci di comprendere
il senso di ciò che ci circonda.
Quest'istante così raro ho avuto
occasione di viverlo per circa tre ore stasera
all'Alpheus di Roma, locale sito in quel di Ostiense.
Sul palco era previsto quel Devendra Banhart che
ha stordito e preso alla sprovvista il 2004 componendo
"Rejoicing
in the Hands", capolavoro di straordinaria
fattura (e che ha da pochissimo dato alle stampe
anche l'ottimo "Nino Rojo"). Ad accompagnarlo
in tournée Bianca e Sierra Casady, ovvero
le Cocorosie. E sono proprio le autrici di "La
maison de mon reve" a salire per prime sul
palco, con Sierra alla chitarra e Bianca - tra
l'altro, per chi ancora non lo sapesse, compagna
di Banhart nella vita - impegnata a far uscire
suoni da vecchi registratori, giocattoli scassati,
metallofoni per bambini.
E qui ci sarebbe bisogno di un lungo inciso:
avevo personalmente trovato l'album del duo abbastanza
scontato, bello ma stancante, fatato ma incapace
di veri e propri voli pindarici. Ebbene, se siete
della mia stessa opinione mettetevi una maglietta,
un paio di jeans e andate subito ad assistere
a un loro concerto. Perché tutto quel mondo
mostrato in controluce in studio esplode nella
sua grazia e nel suo splendore dal vivo. Le voci
si distanziano l'una dall'altra per inseguirsi,
intrecciarsi, quella di Sierra potente e calda,
quella di Bianca tremante, sussultante e bizzarra,
quasi debitrice della classe argentina di Banhart.
Mi rendo conto di trovarmi di fronte a una creatura
in perenne evoluzione e trasformazione, alla ricerca
della simbiosi totale. Suoni campionati, registrazioni
di voci, giocattoli, tintinnii si mescolano ai
delicati arpeggi di chitarra. Di tanto in tanto
la sei corde è sostituita dalle tastiere.
E poi, sul palco salgono gli amici: e si raggiunge
l'apice del percorso, il mondo viene svelato nella
sua completezza. Il folk si sposa al trip hop
analogico dell'human-beat, mentre scorie noisy
vengono schiaffate via dai registratori, campanacci
tibetani si scontrano con la voce lirica di Sierra,
il salmodiare sbilenco di Bianca è sostenuto
da ectoplasmi vocali dei nativi americani. Una
macchina giocattolo rimanda un misto di sirene
della polizia e giostra in disfacimento. E l'arpa
si eleva sul tutto, con le sue timbriche cristalline.
Il Wu Tang Clan che va a lezione dall'Incredible
String Band, il moderno e l'antico che si mescolano
e convivono trovando nuove vie d'espressione (non
sarà l'ultima volta durante la serata).
Dopo aver ringraziato il folto pubblico - la
sala è stipata fino all'inverosimile -
le Cocorosie ci abbandonano. Io sono estasiato,
vicino al palco, incapace di esprimere la gioia
e la pace che ho ricevuto da queste due ragazze
americane adottate dalla Francia. So che ho passato
il concerto a dividermi tra i video che passavano
sullo schermo e la bellezza di Bianca, talmente
affascinante negli sguardi e nell'interpretazione
da stregarmi completamente. E pensare che la serata
vera e propria deve ancora cominciare! Dopo una
presentazione delle serate da parte di Radio Città
Futura ecco che Devendra Banhart sale sul palco.
Si assesta sulla sedia, afferra la sua chitarra
e parte con "This is the Way", straordinaria
per esecuzione e intensità emotiva. Il
primo pensiero è quello di trovarmi di
fronte a un grande cantautore folk. Dio mio, quanto
sono lontano dalla verità! Quando sorridendo
sornione il ragazzo afferma che stasera si suonerà
della "Black Music" tutti credono che
si tratti di una bonaria burla. In realtà,
accompagnato da un supergruppo (membri dei Jackie-O
Motherfucker, Little Wings, Vetiver) Devendra
si getta in un riassunto della musica da lavoro
di tutti i tempi: dunque anche il folk, certo,
ma anche e soprattutto il soul, il reggae, il
dub.
La band suona perfettamente, sembra conoscersi
da sempre - in realtà saprò in seguito
che hanno provato solo per una settimana i brani
della scaletta -, Devendra canta come un angelo
sghembo e lascia il giusto spazio a tutti, facendo
anche interpretare a Andy Cabic la splendida "Oh
Papa" direttamente dal repertorio dei Vetiver.
Quando poi si lanciano in cavalcate sonore come
quella che conclude una strepitosa - e idolatrata
dalla folla - "This Beard is for Siobhan",
i cinque raggiungono vette difficilmente immaginabili.
Il pubblico è scatenato e trasmette una
carica continua ai musicisti, che si divertono,
si mettono a scherzare tra loro e il pubblico,
tirano fuori quell'ironia fanciullesca che gli
album di Banhart trasudano da ogni nota. Sembra
di assistere al concerto di fine anno del gruppetto
del liceo! Un ragazzo sale sul palco per regalare
al cantautore un delfino viola di peluche, e lui
inizia a cantare strofe solo su questo nuovo amore
inanimato, se lo infila a forza nella camicia
e non lo abbandonerà per il resto del concerto.
La musica sembra seguire un suo percorso strettamente
emotivo, come se ci si muovesse solo sull'onda
delle sensazioni, delle good vibrations,
per dirla alla Beach Boys. Oramai il pubblico
ha raggiunto lo zenith del suo orgasmo musicale,
e concede a Banhart qualsiasi digressione. La
band ha portato sul palco un enorme simbolo della
pace e ora lo fa girare sulla testa del pubblico,
tra la soddisfazione del chitarrista dei Jackie
O-Motherfucker che si lancia a sua volta sulla
gente, abbracciato e sollevato prima di far ritorno
sul palco. Il concerto si avvia alla conclusione,
tra preziosismi vocali e crescendo illuminanti.
Si finisce da dove si era cominciato, con una
versione dixie di "This is the Way".
La musica è un cerchio che si chiude, un'esperienza
umana capace di trasformarsi, per l'istante che
ti è necessario, in divinità. Devendra
Banhart, la sua band e le Cocorosie sono gli dei
di questo mio istante. Quanto durerà non
sarò certo io a deciderlo.
A concerto finito vorrei scambiare due chiacchiere
con Devendra, ma lo incrocio solo per un attimo:
ho il tempo di parlare con il bassista, che dopo
aver esordito con un eloquente "I Know, I
Know
I'm Drunk!" si lancia in un discorso
improbabile e contorto sullo yoga. Poco dopo,
a un paninaro da strada incrocio anche il chitarrista
dei Jackie O-Motherfucker. Dice che Devendra ieri
a Ferrara ha cantato male, gli mancava la voce
oggi
invece era in gran forma. Parla della preparazione
della tournée, della sua band da diciassette
membri. Poi ci separiamo. E' notte su Roma, una
notte che probabilmente non significherà
molto per nessuno. Una notte che passerà
alla storia, che lo vogliate o no.
collegamenti su MusiKàl!
Devendra Banhart - Rejoicing
In The Hands