Dov’erano gli indie-nerd? Mi sarei aspettato
un “Vox” stracolmo, dopo che una tormenta
di neve aveva reso inavvicinabile le precedenti
date italiane dei dEUS,
e invece nulla, o comunque meno pubblico del previsto.
Già, i dEUS sono passati di moda. Ci sono
nuove next big things da inseguire. Beh, peggio
per chi non c’era, perché i dEUS
rimangono una band formidabile, con un impatto
live assolutamente incredibile.
E così, evito i consueti dribbling tra
t-shirt d’ordinanza e badges, ed entro al
“Vox”, dove sul palco stanno suonando
i Millionaire: figliolanza diretta dei Kyuss con
qualche riffone rubato ai Pumpkins più
inclini all’hard rock anni ’70, sembrano
una versione massimalista dei The Kills. Un muro
di suono molto potente, che però mi lascia
completamente freddo. Il solito rockettone da
testa oscillante che dopo due secondi già
non ti ricordi più.
Ben poco in comune con i dEUS, se non il passaporto;
ma il pubblico si accorge presto che la musica
sta per cambiare, quando Tom Barman e soci entrano
in scena, avvolti da una fumosa luce verde, e
attaccano il crescendo passionale di “Bad
timing”. È tutta un’altra cosa,
adesso: una classe immensa, la capacità
di prenderti a schiaffi con piccole e fulminanti
parentesi di rumore, di costruire le architetture
di suono più imprevedibile, di saper portare
il pubblico altrove.
L’inizio è folgorante: dopo “Bad
timing”, sfilano versioni molto più
energiche di “Stop-start nature” e
dell’inattesa “Fell off the floor,
man”, mentre il pubblico è definitivamente
conquistato da “Instant street”, con
quella sequenza elementare di accordi di acustica
che esplode in un finale devastante. Veri e propri
animali da palco, i cinque danno il meglio di
sé nelle cinematiche perversioni jazz della
straordinaria “Theme from turnpike”
e nella perfezione pop devastata dal rumore di
“Little arithmetics”; ma non appena
penso che siano proprio le canzoni di “In
a bar, under the sea” quelle che reggono
meglio a distanza di anni, arrivano una “Suds
and soda” stordente a travolgerci (tutti
a saltare e a ributtare verso il palco tutti quei
“friday” con una splendida e liberatoria
foga), o “What we talk about” finalmente
corroborata da profonde iniezioni elettriche.
Restano solo i bis, dopo quasi due ore, e sono
l’unica parte deludente del concerto, eccezion
fatta per una “Nothing really ends”
così dolce da stritolare il cuore: si chiude
con una potente e convulsa “For the roses”,
ma all’appello finale mancheranno “Hotellounge”,
“7 days, 7 weeks” e “Sister
dew”. Forse è vero, i brani di “Pocket
revolution” perdono il confronto con
il vecchio repertorio, ma i dEUS restano comunque
i dEUS: una band schizofrenica, eclettica, potente,
dolcissima, geniale. Grandissimo concerto e, ripeto,
peggio per chi non c’era…
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