"Delicate Sound
" è la
controparte dal vivo di "A
Momentary Lapse Of Reason": Gilmour e
soci completano con un trionfale tour mondiale
l'opera di restaurazione e aggiornamento del marchio
Pink Floyd, portando sia i nuovi brani che alcuni
classici davanti a decine di migliaia di spettatori
che ai tempi di "The
Dark Side Of The Moon" erano sì
e no nati. A questo si aggiunge che l'ultima testimonianza
dal vivo del gruppo era stata quella suggestiva
ma atipica del film "Live At Pompeii"
del 1972, precedente ai più grandi successi
commerciali del gruppo. C'è quindi più
di un motivo per ascoltare con curiosità
questo doppio live.
Poco meno di metà dell'album è
occupata dai brani di "A Momentary Lapse
",
che vengono eseguiti seguendo pedissequamente
gli originali in studio: se ne può fare
a meno. Più interessanti i classici della
band riproposti, che coprono il lasso di tempo
dal 1971 di "Meddle"
al '79 di "The Wall",
saltando a piè pari gli episodi (giudicati
forse eccessivamente watersiani) di "Animals"
e di "The Final Cut".
E' evidente lo sforzo di aggiornare, rinfrescare
il materiale più datato, anche se, a dire
la verità, più che impegnarsi in
vere riletture i tre vecchi Floyd sembrano affidarsi
all'estro degli otto giovani session men
che li accompagnano in tour, come il funambolico
bassista Guy Pratt e il rumoroso sassofonista
Scott Page. I risultati sono alterni.
"Shine On You Crazy Diamond", proposta
in una sorta di sintesi dell'originale, è
convincente nel sua asciuttezza; e dove la band
si attiene alle versioni in studio, con minimi
aggiustamenti, le cose sembrano andare abbastanza
bene, anche se chi conosce gli originali non può
certo farsi impressionare. E' il caso delle superclassiche
"Time", "Us And Them" e "Wish
You Were Here".
Lascia invece molto interdetti la lunghissima
versione di "Money", che viene dilatata
in una lunga divagazione strumentale, in cui ogni
musicista si ritaglia un assolo, spaziando dal
jazz al reggae: mah. Nel brano più vecchio,
"One Of These Days", la verve sperimentale
dei primi anni '70 viene rimpiazzata dalla potenza
dell'amplificazione quadrifonica a decine di migliaia
di watt, basso ultraeffettato e slide guitar superdistorta:
il pezzo rendeva molto di più visto al
concerto piuttosto che ascoltato, per via dell'inquietante
maiale volante che aleggiava sulle teste degli
spettatori. Da "The Wall" vengono eseguiti
tre brani: "Another Brick In The Wall"
sembra più che altro un dovere da compiere,
essendo il singolo più famoso del gruppo;
mentre le finali "Comfortably Numb"
e "Run Like Hell" sono piuttosto efficaci
anche se decontestualizzate dall'album originario,
e si prestano al tripudio di effetti speciali
e fuochi d'artificio che chiudono il concerto.
In sostanza, era probabilmente meglio essere
agli show che ascoltare queste registrazioni:
dal vivo la musica si accompagnava alle incredibili
luci laser e agli effetti speciali, venendone
talvolta soverchiata, ma almeno lo spettacolo
appagava quell'infantile "senso della meraviglia"
che alberga un po' in tutti noi. Il disco, invece,
è buono soprattutto per far conoscere i
Pink Floyd a ignari tredicenni (come accadde al
sottoscritto), che di qua partiranno alla ricerca
del meglio del grande gruppo inglese, magari arrivando
a spingersi alle vertigini psichedeliche del pifferaio
Syd Barrett.
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