Non poteva che esordire con una coppia d’assi
l’unico concerto italiano del tour di presentazione
di “The
Crane Wife”: “The Crane Wife 3”
e “The Island” immergono di prepotenza
l’ascoltatore nel mondo fiabesco e avventuroso
di Colin Meloy, pur con qualche leggera sbavatura
nell’esecuzione (come nel riff chitarristico
d’apertura), abbastanza comprensibili a
freddo in brani di più recente esecuzione
live. La voce di Meloy non tradisce incertezze,
non cerca scappatoie nei passaggi più difficili
(il crescendo tonale nel finale della title track,
il falsetto nella sezione centrale della suite),
emoziona nella sua rilassatezza molto britannica.
Anche dal vivo “The Island” conferma
tutta la sua carica progressiva, culminante nella
seconda parte, dove il rinforzo d’organo
sfocia in tentazioni solistiche piuttosto inusuali
per Jenny Conlee, peraltro equilibrate e mai ridondanti.
La band conferma la sua grande duttilità
strumentale: Chris Funk non è il solo polistrumentista,
tutti si adattano alle esigenze del suono Decemberists
per una resa quanto più simile possibile
a quella di studio. Moen aiuta alle tastiere quando
Conlee è impegnata alla fisarmonica, Query
utilizza anche il contrabbasso elettrificato,
la poliedrica Laura Veirs (suo il duetto vocale
con Meloy in “Yaknee Bayonet”) si
cimenta con violino, strumenti a pizzico (sopattutto
il banjo), chitarra elettrica e glockenspiel,
Funk sfodera addirittura la ghironda. Tutto ciò
non sminuisce la dimensione live sostanzialmente
per due ragioni: primo perché la musica
della band, nei suoi raffinati arrangiamenti,
finirebbe inevitabilmente impoverita da una eccessiva
semplificazione strumentale; secondo perché
lo spettacolo trae forza ed efficacia, oltre che
dal dato sonoro, anche da quello visivo: e in
questo senso la girandola degli strumenti fa perfettamente
il proprio dovere. Senza contare l’istrionismo
di Meloy, emerso con decisione nello scorcio finale
del concerto e al quale siamo debitori di una
incursione fra il pubblico.
Assai equilibrata la scaletta: ovvia e giustificata
la prevalenza di brani dell’ultimo album
– oltre a quelli già citati, anche
“O Valencia!”, l’impeccabile
“one man perfomance” di Meloy in “Shankill
Butchers”, “Sons & Daughters”
e “The Crane Wife 1”. Sì avete
letto bene, solo la parte 1: il perché
dell’inopinato e ingiustificato troncamento
di uno degli episodi sia vocalmente che strumentalmente
più riusciti del disco risulta davvero
incomprensibile, se non ipotizzando un problema
strettamente legato all’esecuzione dal vivo.
La delusione, per chi scrive (ma crediamo non
solo per noi), è stata tutt’altro
che passeggera, tanto da averci indotto a sperare
in una effettistica quanto improbabile ripresa
a distanza. Plauso grande presso i fan hanno riscosso
ovviamente i pezzi già consolidati del
repertorio, come “We Both Go Down Together”
o “Sixteen Military Wives” (ambedue
da “Picaresque”),
quest’ultima dilatata per permettere una
divertente “comunicazione interattiva”
con il pubblico.
collegamenti su MusiKàl!
The Decemberists - The
Crane Wife
The Decemberists - Picaresque