BJORK - Debut (Mother Records/ One little Indian, 1993)
di Daniele Paletta
Partiamo da un luogo comune: Björk è
un'aliena. Considerazione stupida e abusata, ma
non per questo meno vera. Artista che si ama o
che si odia, ma nessuno può evitare di
riconoscerle una sensibilità non comune.
E se anche aliena non fosse, sarebbe una divertente
chiave di lettura per questo "Debut"
(titolo quantomeno singolare per una cantante
che aveva iniziato la carriera nel 1977, a solo
undici anni): come interpretare altrimenti le
parole con cui si apre "Human behaviour"?
"Se mai ti capitasse di avvicinarti a un
essere umano e al comportamento umano, preparati
a rimanerne confuso" canta, quasi fosse una
sorta di David Attenborough venuta da chissà
dove, su un sottofondo percussivo caldo e pervaso
da scariche elettriche.
Una voglia di scoprire quello che sta al di là e che è nascosto, una curiosità infantile e sovreccitata pervade tutto il disco: non è difficile immaginare questa ragazza scuotere un amico addormentato sui divanetti di un qualunque club islandese, e tentare di convincerlo ad andarsene altrove, lontano ("There's more to life than this": "potremmo prendere una barca e fuggire da quest'isola / potrei portare il mio piccolo stereo / nella vita c'è più di questo"). Una voglia di fuga piena di desiderio di scoprire, di spingersi ogni volta oltre, con l'incoscienza di una bimba che prova a giocare con le sue regole ("non conosco il mio futuro dopo questo weekend/ e non voglio conoscerlo" canta, tutta contenta, in "Big time sensuality").
La musica, e le parole, seguono l'istinto, libero
di sperimentare e di accostarsi ogni volta ai
generi e ai ritmi più disparati, dagli
upbeat di "Crying" e nella già
citata "Big time sensuality" all'incedere
fatato di "Venus as a boy" (una cyber-
fiaba d'amore?), da "The anchor song"
punteggiata dagli ottoni (pare di vedermela davanti,
Björk, aspettare la notte per tuffarsi nel
mare e farne la sua casa) agli umorali battiti
techno di "Violently happy", fino alle
altezze siderali raggiunte dalla voce nella cupa
"Play dead" : non ci sono confini, né
regole. A fare da trait d'union tra queste dodici
canzoni, una Voce inconfondibile: quella sì,
aliena e inarrivabile, strumento tra gli strumenti,
alla ricerca del suono puro, giocando con le parole
e con la loro musicalità come se fosse
la cosa più naturale del mondo.
Disco straordinario e inimitabile, ma a questo punto non c'era nemmeno bisogno di sottolinearlo: solo il primo di una serie di capolavori che, a distanza di dieci anni, sembra ancora ben lungi da esaurirsi.
collegamenti su MusiKàl!
Bjork - Vespertine
Bjork - SelmaSongs
Bjork - Concerto
all'Arena di Verona
Bjork - Concerto
al Teatro Regio di Parma
21 settembre 2003
