Se Leonard
Cohen si fosse trovato, per uno sghiribizzo
improvviso dei varchi temporali, a nascere all’interno
di una tribù di nativi americani con ogni
probabilità sarebbe stato investito alla
vita con il nome di Grande Anima. Su questo,
dopo una carriera che si avvia a festeggiare i
suoi primi quarant’anni, ci sono ben pochi
dubbi. La sua voce racchiude al suo interno l’essenza
stessa dei sentimenti umani e l’esplicazione
dei segni incomprensibili che circondano la vita
miserrima (o splendida, in alcuni casi gli ossimori
diventano sinonimi) sulla terra.
Ed è la luce pacificante sprigionata dal
suo romanticismo epico e trattenuto – e
quanto ancora sarò costretto a tornare
sull’ossimoro come elemento estremo dell’arte
di Cohen? – ha regalare i momenti migliori
in “Dear Heather”; lontano dalle tastiere
fluttuanti e in aria di grandeur sommessa che
avevano contraddistinto “Ten
New Songs” tre anni fa, Cohen veste
i panni del compositore e osserva, curioso, la
sua creatura dall’esterno; dedica spazio
ad altre voci, ad altri contesti, ad altri punti
di vista. Sta fermo in un angolo ad ascoltare,
estremo paradosso di un uomo che ha raggiunto
alcune tra le più alte vette del cantautorato
mondiale. L’interrogativo che deve averlo
spinto in questa avventura è stato sicuramente
“ma cosa diventerebbero le mie canzoni se
a intonarle fosse qualcun altro? Che senso acquistano
le parole di un uomo se a pronunciarle è
un altro?” ed ammetto che è sicuramente
uno degli spunti di interesse maggiori ricevuti
da un musicista nell’ultimo periodo. Da
un musicista, non propriamente dalla sua musica:
perché come estrema e senza compromessi
appare la scommessa di Cohen da un punto di vista
teorico così la sua messa in musica non
riesce a distaccarsi troppo dal puro esercizio
stilistico.
Straordinario, per carità, ma non così
ammaliante come ci si potrebbe aspettare. Rimane
interessante l’uso della strumentazione,
come il contrabbasso e lo xilofono che accompagnano
“Morning Glory”, capace di passare
da atmosfere da club notturno a vero e proprio
coro polifonico. Ma stiamo parlando di una bella
eccezione, paragonabile forse solo alla spiazzante
title-track: per il resto tante belle melodie
vellutate e cullanti, ma che non aggiungono in
fondo tasselli insostituibili nella storia di
un uomo che ha dato tanto alla storia della musica.
Per quanto riguarda invece l’interrogativo
di cui parlavo prima e la scommessa lanciata a
se stesso dall’autore, devo ammettere di
aver apprezzato il progetto, ma di essere stato
rapito totalmente e scaraventato in uno spazio
diverso solo in un occasione: nel lungo recitato,
qui interpretato direttamente da Cohen, che caratterizza
“Villanelle of Our Time”. Le altre
voci qui restano puramente sullo sfondo, e la
voce di Cohen pervade totalmente l’aria,
costringendo al mutismo.
E allora spero che l’aver guardato se stesso
dall’esterno e aver avuto l’occasione
di ascoltare i suoi brani in bocca ad altri dia
nuova spinta all’artista, e gli faccia riprendere
in mano le direttive vocali della sua musica.
E che “Dear Heater” rimanga quello
che è: un esperimento che ha prodotto un
album interessante, e non una pratica consolidata.
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