Più
che un unplugged, "Days Of Speed" è
un emozionante tete à tete tra Paul
Weller ed il suo pubblico, corso numerosissimo
in tutti i clubs ed i piccoli teatri dove il grande
artista si è esibito durante la scorsa primavera/estate.
La scelta di affrontare un one man band show
è stata decisamente felice, tanto da fare
assemblare in un tempo piuttosto ristretto questo
live che riproduce fedelmente le atmosfere scarne
e piene di pathos create dal magico binomio tra
la voce roca di Paul e le sue chitarre, elettriche
o più spesso acustiche.
Dalle sue esibizioni durante il lungo peregrinare
europeo, l'ex leader di Jam e Style Council ha
estratto alcune perle che colpiranno molto sia
chi ha avuto il privilegio di assistere ad uno
dei suoi spettacoli, sia chi dovesse avvicinarsi
per la prima volta a questo purosangue del pop
inglese, sempre talmente cool da meritarsi il
titolo di King of Mods da almeno due decadi.
Già, il caro vecchio "Wella"
batte, per usare un termine ippico, la maggioranza
della concorrenza di qualche incollatura, ed il
motivo risiede principalmente nella bellezza delle
canzoni da lui composte, canzoni che hanno toccato
generi e stili sovente diversi, sempre proposte
con ardore ed inarrivabile eleganza. Ecco, credo
che il grande segreto di Weller stia proprio in
questa irruenza controllata o, al contrario, in
una mai completa linearità di sentimenti
che percepiamo anche in episodi apparentemente
sereni e felici come "Headstart For Happiness",
uno dei capolavori dell'epoca filo-jazz marca
Style Council.
La successione dei 18 brani di "Days Of
Speed" consiste in una quasi fedele presentazione
della scaletta di ogni singolo act del tour e,
in generale, in una strepitosa antologia acustica
della carriera del musicista inglese. Così
ci spostiamo dal mitico Bush (non George junior
)
di Londra alla Civic Hall della provinciale Wolverhampton,
dall'illustre Academy di Manchester al nostrano
e meritevole club di Rimini, il Velvet. In ognuna
di queste sedi il pubblico ha potuto ascoltare
gemme senza tempo come "Above the Clouds",
"English Rose", la Whoiana "Clues",
l'agreste "Wild Wood", tutte ballate
che sono già nel gotha della grande musica
britannica. Inoltre, grazie alla notevole tecnica
strumentistica, Weller ha realizzato fiammanti
versioni di pezzi originariamente parecchio ritmati,
come la tesa "There's No Drinking After You're
Dead" e la funkeggiante, splendida "Science",
per poi cercarsi l'ovazione (ed intravedere la
commozione) proponendo trascinanti versioni di
"That's Entertainment" e "Town
Called Malice", indimenticabili hits della
luminosa parabola Jam. Proprio "Town Called
Malice" chiude l'album, nella versione registrata
al Velvet di Rimini, piccola soddisfazione per
noi cisalpini abituati da sempre a vivere di "musica
riflessa".
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