Terzo album per questa piccola cantautrice inglese,
che arrivò nel 1996 a sorprendere tutti
con un album che gettava ponti tra il folk e l'elettronica;
l'album si chiamava "Trailer park",
e, come il suo magnifico successore "Central
reservation", sembrava una scintilla nel
buio, atipico e bellissimo nel suo essere fuori
dalle mode del momento. Canzoni semplici e abbaglianti,
alla cui malinconia era davvero impossibile resistere.
Ora certi suoni sono inspiegabilmente diventati
trendy (ricordate l'orda di band neo-acustiche
calata dal Nord Europa lo scorso anno? Qualche
buon disco e decine di cloni insignificanti già
scomparsi), ma Beth è già da un'altra
parte: "Daybreaker" apre al pop, quello
migliore, insinuante e contagioso senza risultare
mai, nemmeno per un secondo, ruffiano e banale.
La malinconia diffusa di "Central reservation"
lascia il posto a un'atmosfera più rilassata
e distesa, ma non tutto funziona a dovere, e certe
canzoni non danno l'impressione di essere all'altezza
di quanto fatto finora: "Anywhere" viene
salvata solo dall'intervento dei fiati, mentre
"Carmella" è semplicissima e
accattivante, ma certo non sarà ricordata
tra le sue cose migliori.
Per quanto possa esserci qualche passo falso
(ma esiste il disco perfetto?), la qualità
di questo album non è in discussione; voce
e archi risaltano ancora meglio che in passato,
e ci sono canzoni che lasciano senza fiato per
la loro bellezza: è il caso dell'iniziale
"Paris train" (archi in tempesta a inseguire
linee vocali impazzite, e il tutto fatto con una
grazia e una delicatezza davvero uniche), del
pop perfetto di "Concrete sky" (composta
con Johnny Marr e cantata in duo con Ryan Adams),
dell'acida title-track prodotta dai Chemical Brothers
(con un magnifico attacco vocale di Beth), del
duo d'altri tempi con Emmylou Harris di "God
song".
La palma per la canzone migliore va però
alla meravigliosa "This one's gonna bruise":
una chitarra appena accarezzata crea una canzone
di una malinconia straziante, le note e la voce
a toccare le corde più profonde del cuore
per non lasciarlo più.
Come i suoi predecessori, anche "Daybreaker"
non è uno di quei dischi da amare incondizionatamente
dal primo ascolto, ma una raccolta di canzoni
che cresce lentamente, dalla quale bisogna lasciarsi
conquistare poco per volta. Chi saprà avere
la pazienza necessaria, sarà ripagato,
credetemi: lasciarsi conquistare da queste dieci
canzoni non è nient'altro che una dolcissima
fatica.