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DAVID SYLVIAN
Concerto al Teatro Valli (Reggio Emilia) (24 settembre 2007)
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di Federico Olmi scrivi un'email

C’è tutto David Sylvian nel concerto di questa sera: nel bene e nel male. Dodicesimo appuntamento del frenetico “The World Is Everything Tour” (32 date in un mese e mezzo), quello reggiano si è caratterizzato come una autentica chicca nell’ambito del festival Reggio Emilia Contemporanea (REC); l’occasione imperdibile per gustare l’arte di un cantautore schivo, impalpabilmente sospeso fra i generi: non ultimo – sebbene talvolta messo in secondo piano dalla critica - il jazz, così importante nell’economia della manifestazione reggiana. Assoluta corrispondenza di sentimento musicale dunque fra artista e luogo di esibizione. Una conformità che, come nel caso di Vinicio Capossela al Teatro Bibiena di Mantova qualche anno fa, genera ulteriore stimolo ed eccitazione nell’ascoltatore. Musicista da camera, da teatro e da museo, anche quando sfoggia sonorità più imponenti o campionature più evidenti, Sylvian è perfettamente assecondato dal Teatro Valli, che ne restituisce senza incertezze le morbidezze della voce. Anche l’impianto audio si rivela pressoché impeccabile: la batteria di Steve Jansen (al secolo Steve Batt, fratello di David e cofondatore nel 1974 dei Japan), il basso e il contrabbasso elettrico di Keith Lowe e il piano di Takuma Watanabe non si confondono mai: niente code o riverberi fastidiosi, così frequenti nel rock amplificato in ambienti chiusi.

Una quindicina di pezzi in tutto (prima quelli più nuovi poi i classici), quasi due ore di musica a ripercorrere antologicamente una carriera di rigorosa coerenza creativa. Sempre seduto, imbracciando la chitarra, Sylvian ricorda indubitabilmente il nostro De Andrè; un De Andrè più etereo e asettico, “sterilizzato”. Forse è questo l’unico limite del musicista londinese, una carenza di calore che fa capolino dietro il fascino delle liriche e di una voce dal timbro e dalla profondità inimitabili. Un’eleganza algida ed impeccabile, priva di un reale sviluppo armonico, immobile e brillante come una aristotelica stella fissa, sempre uguale a se stessa: brani spesso troppo lunghi e reiterativi. Se non fosse per il pianoforte ci sarebbe il rischio concreto di annoiarsi e le differenze fra le canzoni sono spesso infinitesime. Critica in eccesso? Forse, ma in certi momenti l’impressione di trovarci di fronte a musica solipsistica è decisamente concreta. L’insieme è di gran classe, ma alto professionismo non è sempre e necessariamente sinonimo di grande arte. Una sofisticata installazione che, dato per scontato l’indiscutibile valore complessivo dell’artista, presta comunque il fianco alle critiche di chi voglia spingersi oltre le secche di una scontata e acritica incensazione di prammatica.

Detto questo, la rarità delle esibizioni dal vivo del cantante dei Japan (l’ultimo tour risale a quattro anni fa) e soprattutto il fatto che quelle di quest’anno potrebbero essere le ultime (così in una recente intervista), giustificano ampiamente l’entusiamo generale legato all’evento.



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28 settembre 2007




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